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   Wednesday, October 01, 2003

Mafiusconi si sposta



Il Mafiusconi si è spostato. Il nuovo Mafiusconi si trova al seguente link:mafiusconi.clarence.com
Abbiamo preso questa decisione perchè il nuovo blog consente di inserire anche i commenti, rendendo quindi il nostro "luogo di ritrovo" più interattivo.


   Wednesday, September 24, 2003

Fatti e misfatti


Abbiamo deciso di riaprire, brevemente questa volta, l’argomento Telekom Serbia alla luce dei nuovi avvenimenti che stanno gettando una luce alquanto “sinistra” su tutta la vicenda.

Non che fino ad ora la questione si sia dimostrata di una limpidezza esemplare, ma certi fatti non possono passare sotto silenzio.
Eppure, a quanto pare, è proprio quello che sta succedendo.

La commissione parlamentare ha deciso infatti di continuare a sprecare i soldi del contribuente italiano recandosi in Serbia per interrogare diversi “testimoni decisivi”. Nei giorni scorsi è addirittura corsa la voce, alimentata fra l’altro dal Messaggero che è un quotidiano non accusabile di simpatie sinistrorse, di un vergognoso scambio fra un ergastolano serbo e la possibilita’ data alla commissione di interrogare alcuni personaggi in terra serba.
Tutto questo nonostante il supertestimone Marini si sia rivelato un autentico pataccaro e nonostante la minoranza prema, correttamente, per accertare se il testimone sia stato “subornato” (cioè ispirato da terzi).
Prassi vorrebbe che la commissione si facesse carico una buona volta delle funzioni di “garanzia” che sono proprie di un’istituzione quale quella che rappresenta, ma dobbiamo purtroppo constatare che, nonostante tutte le chiacchere a vuoto spese dall’inizio della sua attivita’, i commissari della maggioranza hanno ed hanno sempre avuto come obiettivo fisso quello di massacrare politicamente, anche con mezzi al limite della legalita’, gli avversari politici. Tutto questo con buona pace della tanto sbandierata “ricerca della verita’”.

Lo stesso spirito di “ricerca della verita’” ha da sempre animato i grandi giornalisti de Il Giornale, quotidiano della famiglia di Arcore, i quali hanno deciso di gettare alle ortiche l’etica e la professionalita’ obbligatoriamente connesse con la loro attivita’, per dedicarsi al lavoro di passacarte di regime e velinari del potente di turno. La faziosita’ del quotidiano non rappresenta una novita’, ma la mobilitazione di bocche da fuoco e l’ampia risonanza data sulle sue pagine a ciarlatani ed imbonitori, che a qualunque titolo hanno vomitato accuse su Prodi, Dini e Fassino, testimoniano ampiamente una drammatica degenerazione del modo di fare informazione che è tipico della famiglia di Arcore. Modo che somiglia assai a quello propugnato dal celebre Biscardi, secondo cui “l’importante è che ne se parli”.

Buon per tutti che l’eccesso di zelo messo dai nostri velinari si sia rivelato fatale, al pari dell’eccesso di zelo messo dal testimone Marini nell’accusare tutti gli esponenti di centrosinistra.
Cosi come il Marini è inciampato, franando miseramente, sul nome di Mastella, del pari Il Giornale ha conosciuto la sua Waterloo quando ha spacciato un versamento sulla filiale Paribas di Monaco per prova provata della tangente.

Giorni fa infatti il quotidiano di famiglia ha pubblicato un articolo il cui titolo urlava ad alta voce dalla prima pagina:”Trovati i soldi di Telekom Serbia!”.
Nel testo dell’articolo si leggeva fra l’altro che parlando dei titoli dell’Apostolic Order (v. la terza parte della nostra inchiesta su questo stesso sito) il quotidiano La Repubblica aveva preso un abbaglio e che i soldi erano ancora depositati presso un conto corrente della filiale Paribas di Monaco. Detti soldi, come correttamente affermato dal testimone Marini che recuperava cosi tutta la sua credibilita’, sarebbero da due anni “rimasti a disposizione dei beneficiari” presso la filiale e lo sarebbero ancora oggi.
Il quotidiano non ha rivelato la sua fonte, ma il giudice istruttore Maddalena si è prontamente attivato ed ha scoperto che, audite audite, quei soldi in realta’ non esistono.
I 120 milioni di dollari si trovano su quel conto solo nominalmente grazie ad una ingegnosa truffa telematica riguardo alla quale sarebbe gia’ indagato un tale Russo, di Roma, insieme ad altri 25 sodali.
Il giornalista Custodero, di Repubblica, ha identificato il legale Taormina, gia’ illustre membro della commissione Telekom Serbia, quale avvocato difensore di uno dei coindagati nella vicenda.
Taormina ha prontamente annunciato querela, ma in un articolo del 24 settembre il quotidiano romano ha confermato la notizia, indicando che il nome dell’avvocato appare su un verbale di interrogatorio tra quelli dei difensori di tale Giuseppe G. che risulta appunto indagato per la stessa truffa che ha generato il falso “money order” da 120 milioni di dollari.

Non ci piace fare dietrologia, ma dopo aver assistito per tutta l’estate al sistematico bombardamento di panzane ed insinuazioni, dopo aver sentito lo stesso avvocato Taormina chiedere a gran voce misure di restrizione della liberta’ per gli avversari politici, dopo aver verificato come le rivelazioni de Il Giornale siano state spesso anticipatrici del percorso dell’inchiesta, non possiamo fare a meno di sospettare che qualcuno abbia utilizzato delle informazioni di cui è venuto in possesso per montare un’accusa infamante a danni di uomini politici che a questo punto meriterebbero scuse formali e piena riabilitazione.
Riteniamo inoltre che da adesso in poi sara’ anche piu’ difficile per il signor Berlusconi pretendere tutti quei milioni di euro che ha chiesto a Fassino come risarcimento, ma questo è un altro discorso.

A buon intenditor…



   Saturday, September 20, 2003

Le solite scuse


Rammarico : (s. m.) L’atto di provare dispiacere per qualcosa.

Scusa: (s. f.) L’atto di chiedere venia o perdono per un proprio fallo od un offesa.


Come si evince dall’estratto del Devoto-Oli, noto vocabolario della lingua italiana, le due cose sono profondamente diverse: quando una persona si rammarica significa che prova dispiacere, quando si scusa significa che chiede di essere perdonato.

Gradiremmo sapere per quale motivo questa affermazione: “Il Presidente del Consiglio prova un profondo rammarico per il fatto che le sue parole, pronunciate informalmente, siano state strumentalizzate in modo tale da causare dispiacere a tutta la comunita’ ebraica” debba essere considerata una scusa sufficiente rivolta a tutti gli ebrei italiani dal nostro miliardario premier.
Quello che leggiamo noi in questa frase piuttosto è: “Mi dispiace che certi cialtroni abbiano piegato quanto ho detto per fare polemiche di bassa lega, quindi prendetevela con loro!”.
Nessuna richiesta di “venia o perdono”, nessun riconoscimento di “fallo od offesa”, niente di niente.
Viene facile pensare a Sebastiano Messina, su Repubblica, che Berlusconi abbia inventato un nuovo modo di scusarsi, che scusa non è quanto piuttosto accusa nei confronti di chi riporta il suo magnifico pensiero.

Non è comunque la prima volta che succede, visto che gia’ in occasione dell’incidente col parlamentare europeo Schultz il nostro capo dell’esecutivo si profuse nelle stesse “scuse” col cancelliere tedesco, il quale ovviamente ha accolto il tutto abbastanza gelidamente, non fosse altro che per il fatto che l’interprete italiano tedesco tramite il quale i due hanno dialogato conosce bene la differenza fra rammarico e scusa, essendo il suo mestiere quello di interpretare le sfumature.

Non vogliamo in questo momento stimolare riflessioni lessicali o analizzare quanto in profondita’ il capo del governo pensi realmente a quello che dice o viceversa; quello che riteniamo sia fondamentale adesso è posare lo sguardo su un aspetto “psicologico” della questione: Il premier è profondamente incapace di scusarsi anche quando lo richiedano l’opportunita’ politica e la contingenza del momento. Proprio: è piu’ forte di lui questa tendenza.

Pare evidente anche il motivo per cui non si scusa: in cuor suo ritiene di non aver niente di cui scusarsi, anzi! Nella sua apologia del fascismo non ha difeso Mussolini, ma l’Italia intera dalle basse insinuazioni di assimilare un italiano a Saddam; nel suo accusare il deputato tedesco non ha insultato lui personalmente e buona parte dell’intero parlamento europeo, quanto piuttosto ha difeso un’istituzione (quella del presidente del consiglio) della repubblica Italiana e quindi, con buona pace di quelli che non hanno votato per la sua coalizione, alla fine si è ancora una volta eretto a baluardo del buon nome del suolo patrio.

Chiunque conservi ancora un minimo di cervello ovviamente si rende perfettamente conto che non è cosi, ma questo importa poco al nostro Primo Ministro, che oltretutto ha la bella abitudine di silurare chiunque, nel suo staff, non la pensi come lui e di massacrare con tutta la potenza comunicativa di cui dispone tutti coloro che hanno l’ardire di avere un’opinione che non coincide con la sua.
Peggio ancora: la sua “corte”, perché di questo si tratta con buona pace di Urbani, è ormai talmente pronta coi turiboli che il nostro presidente del consiglio, la cui psiche mostra da sempre i segnali di una megalomania talvolta neanche troppo latente, si sta sempre piu’ convincendo che il dogma dell’infallibilita’ papale dovrebbe essere anche applicato alla sua carica.

Si tratta dei primi segnali di stravolgimento istituzionale, i cui rischi segnalavamo tempo fa parlando della critica di Russell al concetto di “volonta’ popolare” di Rousseau, ed il bravo Cordero, su Repubblica, ha un bell’affannarsi nel tentativo di dimostrare che è proprio grazie all’estremizzazione di quel concetto che sono nate feroci dittature perfettamente legittimate, all’inizio, dal voto popolare (Hitler e Mussolini su tutte).

Stiamo assistendo adesso ad una deriva pericolosissima che ci viene spacciata per “riforma strutturale richiesta dal popolo”.
Poco importano le balle fiorite sulla trasformazione del sistema bicamerale da “perfetto” (i rami del Parlamento hanno gli stessi poteri e gli stessi campi d’azione) ad “imperfetto” o l’evoluzione in senso regionalista della composizione della Corte Costituzionale; quello che è veramente importante nel pacchetto presentato dalla Casa delle Liberta’ sono due cose: la prima è che il capo dell’esecutivo accentra ancora di piu’ la sua figura nelle istituzioni a discapito dei meccanismi di controllo, la seconda è che i contrappesi tesi a riequilibrare il sistema non sono presi neanche in considerazione.

Si rende necessario fare un passo indietro e ripercorrere un attimo la storia della nostra Carta Costituzionale, per comprendere meglio quello che intendiamo dire.
La Carta nacque dall’esperienza anti fascista e fu ovviamente da questa profondamente influenzata: i costituenti, all’epoca, ritennero di dover scegliere una formula che affidasse tutti i poteri di controllo al Parlamento, rappresentante del popolo sovrano. Venne scelta appositamente una funzione di garante, nella figura del Presidente della Repubblica, che non avesse troppi poteri per evitare che si ripetesse un colpo di mano alla Mussolini, ed anche i poteri del capo dell’esecutivo furono limitati, sia nei confronti del controllo del legislativo sia del controllo del giudiziario, in modo anche qui da non creare una figura che potesse accentrare troppo potere nelle sue mani ed usarlo contro i valori democratici.

La Carta dette quindi enorme supremazia al legislativo. Basti pensare che nella Costituzione non esiste, ad esempio, il potere di censura, con cui una determinata percentuale (minoritaria, in Francia è il 20%) dei rappresentanti del popolo puo’ impugnare una legge davanti la Corte Costituzionale prima che essa acquisti efficacia. Tutti i poteri di verifica sono demandati alle Camere: sono le Camere che decidono se gli eletti hanno effettivamente diritto a sedere in Parlamento, sono le Camere che decidono se un proprio membro puo’ essere perseguito per le sue affermazioni, sono le Camere che decidono se una legge in discussione è conforme alla Costituzione (la Consulta interviene solo sugli effetti della legge, è bene ricordarlo: non è un caso se Rete Quattro continua a trasmettere nonostante le sentenze avverse…), sono le Camere che decidono se il Governo ha emanato un Decreto Delegato che è conforme alla legge delega approvata dal Parlamento eccetera.

Visto che quindi non esistono tutele della minoranza, in Parlamento, venne deciso di scegliere un sistema elettorale che facesse esso stesso da garanzia. Pertanto si decise di adottare un sistema proporzionale quasi puro che favorisse esclusivamente il formarsi di “governi di coalizione”, in modo che le spinte e le derive “massimaliste” venissero bilanciate dalle diverse estrazioni politiche dei componenti l’esecutivo.

Adesso ovviamente il proporzionale è stato per buona parte cancellato, senza che l’impianto costituzionale sia stato adattato per evitare una potenziale “dittatura della maggioranza”.

Fino ad ieri siamo stati al riparo dai pericoli perché le intese pre elettorali garantivano comunque un certo equilibrio nelle decisioni. Oggi che abbiamo una coalizione di governo che si regge esclusivamente sul potere carismatico del suo leader il pericolo ritorna: basta guardare alle leggi create su misura del premier (conflitto di interessi, falso in bilancio, legge Cirami, legge Gasparri e chi piu’ ne ha piu’ ne metta).

Gli unici organismi di garanzia che ancora rimangono sono i limitati poteri del Presidente della Repubblica e l’assoluta separazione del potere giudiziario dalle influenze dei poteri esecutivo e legislativo, poteri questi che si trovano ora drammaticamente a coincidere.

Adesso questa nuova proposta di riforma punta ad assoggettare il giudiziario all’esecutivo ed anche a svuotare di significato, trasferendo buona parte delle prerogative al capo dell’esecutivo, la figura di garante del Presidente della Repubblica, destinato a rimanere semplicemente un “rappresentante” dell’unita’ nazionale, anch’essa depauperata dal maldestro tentativo di impiantare un federalismo di ritorno.

Quanto tutto cio’ sia vicino a trasformare il premier in un monarca eletto, e quanto questo sia pericoloso se il monarca si ritiene infallibile come il Papa perché “unto dal Signore”, lo lasciamo giudicare a chi ci legge.

Basta tenere in considerazione che il passo per trasformarsi da monarca elettivo in monarca assoluto è molto ma molto breve.



   Thursday, September 11, 2003
L’affare Telekom Serbia (3)

Premessa: Parafrasando Pascal, che scrisse ad un amico “Scusa per la lunghezza di questa lettera, ma non ho avuto tempo per scriverne una piu’ breve” dovremmo anche noi scusarci per la lunghezza di questa ultima parte dell’inchiesta, che puo’ apparire eccessiva, ma purtroppo non è stato possibile concentrare ulteriormente il testo.
Abbiamo cercato di lasciare solo quanto indispensabile per farsi un’idea, tralasciando molte circostanze che avrete letto sui giornali fra cui l’altro grande sfornatore di patacche Volpe, che qui è accennato solo di sfuggita, oppure la figura di Pintus, altro testimone chiamato in causa da Marini il 7 maggio ma la cui audizione è prevista solo il 17 settembre (sara' un caso?).
Cosi come siamo stati costretti anche a glissare sul misterioso signor X, autore della lettera anonima che chiama in causa Paoletti.
Lettera che tanto anonima non è in quanto il presidente Trantino conosce perfettamente l’identita’ di X che gli è stata rivelata dal sen. Cossiga (2).
Riteniamo che quanto esposto sia appena sufficiente per rendersi conto di chi sia in realta’ il “conte Igor Marini”, che razza di imbroglio siano le sue dichiarazioni e come Fassino non sia troppo lontano dal vero quando parla di “complotto mediatico”.

Buona lettura.


Il superteste Marini

Mentre la Commissione parlamentare continua a navigare a vista, ormai impantanata nel tentativo di dimostrare cio’ che non puo’ essere assolutamente dimostrato, irrompe prepotentemente sulla scena un personaggio „chiave“ dell’intera vicenda. Si tratta del sedicente super-testimone Igor Marini, che si spaccia per Conte anche se non lo è.

Il suo ingresso nell’inchiesta è abbastanza “atipico”: viene infatti ascoltato dopo le rivelazioni alla commissione dell’avvocato Paoletti (1) a sua volta convocato in seguito ad una lettera anonima ricevuta dal Presidente Trantino.
Nella lettera si fa cenno ad un conto corrente sospetto a San Marino e si indica l’avvocato romano Fabrizio Paoletti come titolare del conto.
Alla lettera anonima è allegato un estratto conto con 36 versamenti settimanali di 512 mila dollari (pari a 36 miliardi) e la copia di un documento bancario
(2), controfirmato dallo stesso Paoletti, proveniente dalla Bank Negara Indonesia, del valore di 50 milioni di dollari(1).
Si tratterebbe di un’altra parte della tangente Telekom.

Interrogato in Commissione Paoletti spiega che i versamenti sul conto corrente sanmarinese, intestato alla ”Jundor trading” sono stati effettuati via Barclays da un cliente cinese, interessato ad un affare che non si concretizzo’(1;2).
Per quanto riguarda invece il documento bancario esso gli fu presentato dal faccendiere Igor Marini ed è, sempre secondo Paoletti, palesemente un falso.
Nella sua deposizione alla Commissione, incalzato dai commissari del centro destra che non hanno alcun interesse a far ricadere l’affare in quella che il Tribunale torinese sembra aver accertato essere soltanto una truffa, Paoletti è costretto piu’ volte a ripetere che le firme rilevate sul documento sono quelle di funzionari IOR che alla IOR non hanno mai sentito nominare.
Il timbro, cosi come l’intestazione, sono smaccatamente falsi e “l’unica cosa autentica di quel documento è la mia firma, apposta in calce per ricevuta”
(1).
Resta da annotare a margine che quel documento è al centro dell’indagine per truffa che ha portato in galera l’avvocato Paoletti, su azione promossa dallo stesso Marini, come vedremo dopo.(3)

Diventa obbligatorio a questo punto interrogare Marini.
L’audizione (audizione, non testimonianza; è importante questo fatto in quanto se “audito” il personaggio non è soggetto all’obbligo di dire la verita’ che è proprio del testimone. Marini tra l’altro non puo’ essere sentito come teste perché indagato dalla Procura di Roma per reato connesso con quanto si accinge a dichiarare…) avviene il 7 maggio 2003 e il sedicente conte spara subito alto:
intanto afferma che per le rivelazioni che sta per fare è stato fatto oggetto di ben tre tentativi di intimidazione, ottenendo una scorta della GdF gentilmente richiesta dalla Commissione stessa.
Questo accade nonostante Kessler faccia mettere a verbale che "sono gia’ in corso indagini su questi fatti. Se la Procura di Roma non ha ritenuto di proteggerlo probabilmente siamo di fronte ad un mitomane"(1).
Poi Marini dichiara che i versamenti sul conto sanmarinese sarebbero parte della tangente Telekom Serbia versata sui conti Barclays e “ripulita”.
I fondi erano destinati, come gia’ altri soldi che lui stesso ha provveduto a portare in Italia, a tre esponenti politici, indicatigli da Paoletti cosi:” Mortadella di Bologna, una persona a cui piaceva tanto andare in bici; Cicogna, l'attuale segretario dei Ds; Ranocchio (ma anche Ranocchia), il ministro degli Esteri dell'epoca”
(1;4).
Infine indica che il mandante dell’operazione sarebbe un certo FOX(1;3).
Le prove di quanto afferma sarebbero in alcuni documenti depositati presso l’archivio legale svizzero in quanto appartenenti al defunto notaio Boscaro (per la legge svizzera le carte appartenenti ad un notaio vengono archiviate presso questa struttura dopo la sua morte).
La commissione parlamentare sospende l’udienza e decide di recuperare subito i documenti. I parlamentari Nan e Kessler (nonostante questo fosse fermamente contrario ad un’operazione cosi affrettata e sollevi dubbi sulla legalita’ della stessa;1) accompagnano in Svizzera il Marini, il quale il 9 maggio viene bloccato dalla polizia elvetica insieme ai due parlamentari ed arrestato per truffa e riciclaggio.
Quando questa vicenda sara’ finita sarebbe forse il caso di aprire una commissione d’inchiesta anche su questa pessima figura internazionale cui ci ha esposti la maggioranza parlamentare.
(Ultimora: i documenti svizzeri sono giunti in Italia mercoledi 10 settembre; la maggioranza della commissione ha optato per visionarli il venerdi, lasciando trascorrere piu’ tempo di quanto abbia ritenuto attendere quando ha tentato di recuperarli. Sara’ legittimo il sospetto avanzato da Kessler che la maggioranza voglia allungare i tempi del definitivo sbugiardamento di Marini per far cuocere ancora un po’ i rivali sulla graticola dell’infamia?)

Marini viene comunque dapprima interrogato in Svizzera e poi numerose volte in Italia dalla Procura di Torino che conduce l’inchiesta, percio’ da questo momento in poi manca qualunque pubblicita’ sugli atti, anche se Il Giornale e Libero pubblicano abbondante materiale sulle dichiarazioni del faccendiere. Su questi articoli è basato tutto il lavoro di ricostruzione compiuto da Repubblica e dagli altri giornali che esponiamo nel seguito. Ad ogni interrogatorio il “Conte”aggiunge nomi e particolari, spesso contraddicendosi, tanto da rendere la sua testimonianza un groviglio quasi inestricabile.

Prima di addentrarci nel labirinto delle "sconvolgenti" dichiarazioni di Marini dovrebbe essere normale farsi alcune domande.
Iniziamo con questa: Quale pazzo sceglie per un’operazione che dovrebbe rimanere riservatissima dei nomi in codice cosi infantili, tanto che è immediato risalire all’identita’ dei titolari? I tempi dello scandalo Lockheed e del misterioso “Antelope Cobbler” sembrano essere miseramente tramontati.
C’è da sospettare anche della genuinita’ del nome in codice riservato a Fassino: “Cicogna” se lo è inventato il vignettista del Riformista, Roberto Perini (4), giornale che ai tempi dell’affare Telekom neanche esisteva. Non deve essere un caso se Il Giornale (30 agosto) dichiara l’esistenza (ennesima bufala, questa volta segnalata dall’altro “superteste” Volpe, che non ha niente a che vedere con Fox) dei conti “ranoc.” e “mortadel.” ma non di un qualcosa di simile che somigli a cicogn…
Ci sono altre domande di cui sarebbe lecito conoscere la risposta, prima di prendere per oro colato le affermazioni del signor Marini:
Se ha denunciato per truffa il socio Paoletti a causa del titolo indonesiano, come mai adesso quello spunta di nuovo fuori come tranche della tangente? (3)
Se il “conte” è in grado di muovere su conti internazionali cifre cosi elevate, come mai è in bolletta tanto da svolgere attualmente il lavoro di addetto alle pulizie dei capannoni del mercato ortofrutticolo di Brescia? (2)
Quanto è credibile un teste che afferma di avere documenti bancari per milioni di dollari ma che è “impedito all’espatrio nel 2000 perché accusato di falso e contraffazione di sigilli di Stato”?(2)
Altri dubbi verranno in seguito, quando analizzeremo nel dettaglio le dichiarazioni del teste.

Nonostante le perplessita' che abbiamo appena esposto la commissione d’inchiesta sembra attribuire al Marini tutta l’importanza che meriterebbe un testimone affidabile: “Ho trovato una persona di una memoria che fa impallidire Pico della Mirandola. Intelligente, sveglio, preparato”. Cosi il leghista Calderoli, vice presidente del senato e membro della commissione d’inchiesta si esprime parlando di Igor Marini (5).
Il suo avvocato Luciano Randazzo dice che “Il racconto di Marini resta coerente, dettagliato e si arricchisce di nuovi particolari molto sconvolgenti, e devastanti per cui qualcuno dovra’ delle scuse”.(5)

Vediamo di ricostruire l’intero percorso della presunta tangente e quanto è credibile l’impianto del racconto di Marini, notando che quello che sembrava l’importo originario della tangente Telekom Serbia, cosi come rivelato da Repubblica, cioè quello sul quale stava indagando la commissione d’inchiesta prima dell’apparire del conte Igor sulla scena, era di 32 milioni di marchi. Questa cifra non appare nelle dichiarazioni di Marini, quasi come se stesse parlando di qualcosa completamente diverso.

In maggio, Marini racconta di aver distribuito nel 2001 la tangente Telekom Serbia ad esponenti del centro-sinistra con tre diverse operazioni di rientro di capitali esteri. Da cinquanta, centocinquanta e trentadue milioni di dollari.
Si tratta dunque di circa quattrocentosessanta miliardi di vecchie lire.
Quindi, in giugno, corregge. Ai 230 milioni di dollari delle tre operazioni ne vanno aggiunti altri 120 di una quarta transazione. In tutto, settecento miliardi di lire. In luglio, fa di conto una terza volta. "Posso dire che ho prove certe per una tangente da 439 miliardi".
E dunque: quattrocento sessanta, settecento, quattrocento trentanove. Miliardi, si intende. Ora, il pallottoliere del "Conte" - lo si giri come si vuole - si pappa a suo dire tra la meta’ e i due terzi abbondanti dell'affare (a seconda del ricordo che si tenga per buono: 439 o 700 miliardi). Nel giugno del '97, il 29 per cento di Telekom Serbia viene infatti ceduto a Telecom Italia per 878 miliardi di lire. Belgrado, insomma, a sentire il "Conte", di questo denaro ne trattiene tra la meta’ e un terzo scarso.
Meglio: Marini aggiunge - buttandolo li come dettaglio di sfondo su cui medita di tornare presto - che Slobodan Milosevic gli affida un cento milioni di dollari sottratti al prezzo versato dagli italiani da appoggiare su una banca americana. Sono altri duecento miliardi di lire. Che sommati alle tangenti italiane (che abbiamo detto sono tra i 439 e i 700 miliardi, a seconda dei ricordi di Marini), in un caso totalizzano 639 miliardi, in un altro addirittura 900, vale a dire oltre l'intero valore dell'affare
. (Cosi il giornalista D’Avanzo;3)

Ora: esiste un solo ed unico modo in cui sia possibile pagare una tangente che sia quasi pari al valore dell’affare ed è un accordo in cui il venditore vende una “scatola vuota”.
La persona fisica che agisce in nome e per conto dell’acquirente (di solito una societa’) ne è consapevole e al termine dell’operazione si spartisce il ricavato col venditore, scaricando il bidone sul capitale sociale della societa’ acquirente.
In ogni caso neanche questa variante di truffa puo’ generare una tangente pari, o addirittura superiore, al valore dell’affare.
Come si accorda l’eventuale tesi della “scatola vuota” con il fatto che la partecipazione fu rivenduta dal gruppo Telecom Italia sotto la gestione Tronchetti Provera per 193 milioni di euro e la svalutazione del valore della partecipazione nel bilancio Telecom avvenne solo in seguito per effetto dei “danni di guerra”?(6).
Se Telekom Serbia ha effettuato il buy back (riacquisto delle proprie azioni) per 370 miliardi questo è “come minimo” il valore all’epoca della vendita, percio’ i soldi che dichiara di aver mosso il faccendiere sono troppi per essere una tangente.
Mentre cerchiamo in questo balletto di cifre prove della sua “coerenza” e della sua credibilita’, come sbandierato ai quattro venti da Calderoli e dall’avvocato, sarebbe opportuno che qualcuno aiutasse Marini a fare due conti.

Visto che da qualche parte dovremo pur cominciare prendiamo per buona l’affermazione iniziale, quella relativa alle tre parti da 50, 150 e 32 milioni di dollari (quelle, a dire del testimone, “documentabili”; la quarta è ancora piu’ presunta e la vedremo dopo) e cerchiamo di seguire il transito del denaro e i documenti d’appoggio.

La rata da 32 milioni di dollari sarebbe stata pagata e sarebbe transitata sul famigerato “conto Zara”, protagonista di valanghe di articoli su Il Giornale e su Libero da meta’ maggio ad oggi, per approdare infine, almeno per meta’, sul famoso conto sanmarinese.
Paoletti intanto ha fatto altre rivelazioni sul suo misterioso cliente, indicandone anche il nome: un diplomatico indonesiano che doveva acquistare con quei soldi una pietra preziosa. Paoletti aveva l’incarico di mediatore e quei versamenti costituivano la caparra.
Fine del mistero relativo ai depositi sul conto di San Marino.(7)

Il famoso “conto Zara” è un altro paio di maniche: Marini ne parla subito, dicendo che il numero di conto è nelle carte di Boscaro (quelle che la commissione tento’ di recuperare il 9 maggio) ma che questo è cifrato, si trova presso una banca austriaca ed è intestato alla Zara International, societa’ pure austriaca.
Lo stesso Marini avrebbe provveduto alla transazione conferendo con un incaricato di quella banca presso la sua filiale di Tarvisio (1 e Il Giornale, passim da giugno a luglio).
Un’indagine del Riformista svela subito che non esiste nessuna societa’ chiamata Zara fra quelle iscritte alla camera di commercio austriaca.
Il Giornale ovviamente non si da per vinto, finchè trova il fantomatico conto, nella filiale di Innsbruck della Tiroler Sparkasse (7).
Lo stesso quotidiano di proprieta’ del fratello del premier ci svela il possibile errore in cui puo’ essere caduto il testimone: in Austria i conti bancari non hanno numeri, ma il loro nome dipende da chi lo apre.
In questo caso si chiamerebbe “conto Zara” perché aperto dalla Zara International.
Marini puo’ quindi aver confuso il nome del conto con la societa’ indicando che questa era austriaca per associazione di idee, mentre in realta’ essa è italiana. (Il Giornale, 14 agosto).
L’errore magari sara’ veniale e non inficera’ la credibilita’ del testimone ma alla luce di questo fatto Pico della Mirandola si sara’ rivoltato nella tomba.
Anche perché a quanto pare: “La filiale di Tarvisio citata da Marini non esiste fra le filiali della Tiroler Sparkasse, detta banca non ha conti cifrati e tutti i movimenti di tutti i conti sono in chiaro e nero su bianco, percio’ Herr Hobermuller, funzionario della stessa banca, è in grado di affermare sotto giuramento che quei soldi da li non sono transitati” (7).
Da notare che il funzionario austriaco parla perché autorizzato dai titolari del conto, che a quanto pare hanno ben poco da nascondere. (7)
Viste le numerose incongruenze fra la testimonianza del faccendiere e quanto emerso dalle indagini giornalistiche possiamo bollare come una bufala la storia della prima tranche.

La seconda e la terza si muovono grosso modo in parallelo.
Si tratta infatti di due titoli, o blocchi di titoli: uno è quello gia’ citato della Bank Negara Indonesia, che rappresenterebbe la tranche da 50 milioni di dollari(3), l’altro è un blocco di garanzie ipotecarie emesse dal sedicente “Apolostic order of Remnant house of Israel” per un valore pari appunto a 150 milioni di dollari. (5)
Ecco la storia dei due titoli e l’intervento di Fox:
"Paoletti mi spiega: 'Allora Igor, tu devi sapere una cosa. Prima di tutto ci hai dato una marea di problemi, non volendo mai collaborare con quel titolo da 50 milioni di dollari (quello della banca indonesiana).
Adesso, questo titolo deve essere collocato entro maggio, perché noi tra giugno e luglio dobbiamo eseguire tutti i pagamenti e chiudere tutto quanto. Ti daro’ anche un altro titolo da 150 (quello dell’Apolostic order), ma prima fai quello da 50. Poi saremo in esaurimento.
Sai perché ce l'abbiamo tanto con te?' E io dico: "No, spiegamelo". E Paoletti: "Perché questo titolo, alla scadenza, verra’ pagato immediatamente. Perché una banca serba che ha partecipato alla vendita e all'incasso di Telekom Serbia ha pagato direttamente il titolo (...)
Sono i soldi in surplus che sono stati gestiti dai serbi e che piano piano stanno rientrando a chi di dovere. Caro Igor, sono Ranocchio, Cicogna e Mortadella. Se non lo fai, Fox agisce..."" (Berna, 19 maggio, verbale di interrogatorio di Igor Marini ai pm di Torino).
(3)

In effetti Fox aveva gia’ agito: seguendo lo stesso stile delle operazioni denunciate da Marini (nomi in codice da barzelletta, conti “cifrati” che corrispondono agli intestatari) è ragionevole pensare che la deduzione di D’Avanzo (3) sia valida: Fox non è tale Antonio Volpe (altro personaggio ricco di documenti validi quanto un sacco di carta straccia, v. 2) come chiede a Marini il presidente della commissione ricevendo come risposta “dovrei vederlo in faccia”(1), quanto piuttosto il titolare del conto “Fox” presso la Banca del Sempione in Svizzera.
Il suo nome è Antonio Lanciano e fa il grossista di carni. Si è visto derubare di un milione di dollari dalla coppia Marini-Paoletti che ha utilizzato un vecchio trucco: un finanziamento di un programma di aiuti per la Federal Riserve americana a interessi stratosferici (20 % mensili).
Il capitale investito da Lanciano, che ha conosciuto i due con la mediazione di Francesco Giannandrea, avvocato amico di Paoletti, parte dal conto Fox e su quel conto approda, dopo un mese, lo specchietto delle allodole del pagamento della prima rata di interessi, 200 mila dollarucci tondi tondi.
Poi il nulla.
Interessi e capitale svaniti.
Lanciano si lamenta con Giannandrea e lo minaccia, Giannandrea aggredisce Paoletti il quale da la colpa a Marini.
A un certo punto le minacce di Lanciano si devono fare pesanti ed allora i due decidono, per farlo rientrare, di imbarcarlo nell’avventura del titolo di credito della banca indonesiana, che lo stesso Paoletti sara’ costretto a dichiarare, ai giudici ed alla commissione, essere una patacca.
(3)
Ecco spiegato il motivo di “Fox agisce”!

Naturalmente la ricostruzione di D’Avanzo è documentata e documentabile: ad un incontro per restituire il denaro a Lanciano, Marini si presenta con i carabinieri perché ha denunciato Paoletti, Giannandrea e lo stesso Lanciano per riciclaggio.
Il grossista di carni pero’ è immediatamente scagionato; da accusato infatti diviene presto parte lesa, ed il reato diventa anche concorso in truffa per Paoletti e Marini. (3)
Di tale denuncia si occupa inizialmente la procura di Roma (PM Barborini; 1 verbale dell’audizione secretato), poi la denuncia di Marini verra’ incorporata nell’inchiesta Telekom Serbia del PM di Torino Maddalena.

Comunque sia Marini è sotto una grossa pressione da parte di Fox (lui dice perché i tre politici vogliono i loro soldi, noi pensiamo che sia Fox/Lanciano a rivolere i suoi): lo troviamo pertanto in pellegrinaggio all’estero, con due “serbi” di nome Persen e Tomic che sono coloro che hanno le aperture per consentirgli di liquidare i titoli, specialmente quello dell’Apolostic Order, ed ottenere i contanti da destinare (a detta di Marini) a “Ranocchio, Cicogna e Mortadella”.
Uno dei due “serbi”, cioè Persen, in un albergo di Zurigo minaccia addirittura il nostro con una pistola (passim) e sono comunque loro che avvertono Marini che anche i titoli dell’Apolostic Order fanno parte della tangente Telekom Serbia. (5)
Peccato che i due “serbi” non siano tali in quanto Persen è croato mentre Tomic addirittura australiano (3) e il “Conte” farebbe bene a spiegarci anche, come chiede lo stesso Persen che si trova in questo momento in carcere in Italia, che c’entra un croato con gli affari della Serbia. (5)
Va da se che Persen ha smentito la circostanza della tangente, ed ha minacciato Marini a Zurigo (senza usare una pistola) perché gli deve ancora dei soldi: erano quelli delle ipoteche dell’Apolostic Order che lo stesso Marini stava vanamente cercando di negoziare trascinandosi dietro i due per le banche di mezza Europa. (8)
Ripercorriamo il percorso con le stesse parole di Marini: ”I due mi dicono che hanno facolta’ di aprire linee di credito a Monaco di Baviera, ma hanno bisogno di liquidita’ dai titoli per ricostruire le loro cose.
Ci spostiamo allora a Zurigo dove per dieci giorni mi fanno girare per banche per convincermi a depositare sia il titolo indonesiano che i titoli della Chiesa
(sono i titoli dell’Apolostic Order).
La prima banca che mi avrebbe dovuto pagare era una banca di Monaco di Baviera. Poi sono andato al Credito Svizzero di Zurigo, alla piazzetta della strasse con il tram, all’ Ubs… Alla banca privata che… vabbè, tante banche non me le ricordo, ma le ritrovo negli atti… Al Credit lyonnaise e a una banca strana con un nome tedesco che neanche se mi sparate me la ricordo…”(Berna, 19 maggio, verbale di interrogatorio di Igor Marini ai pm di Torino) (5)
Pico della Mirandola a questo punto puo’ dormire il sonno del giusto, non sara’ certo questo dilettante, checchè ne dica Calderoli, a usurpargli la fama di uomo dalla memoria prodigiosa.

Vediamo nel dettaglio il valore effettivo di questi titoli, visto che i numerosi passaggi in varie banche sembrerebbero dimostrare che si tratti di cartaccia.
Del titolo indonesiano e di come lo stesso Paoletti abbia affermato che è falso abbiamo gia’ parlato; l’ultima testimonianza in questo senso è dell’avvocato torinese Vitantonio Carretta, che fu interpellato da un cliente cui Marini stava tentando di rifilare la truffa.
Fu lo stesso Carretta a chiamare Marini nel suo studio della Crocetta, a Torino, per restituirgli il titolo e minacciarlo di denuncia. Sembra che in seguito a questa pressione il nostro Igor decise di giocare d’anticipo e denunciare i suoi soci “in affari”. (8)
La storia del titolo dell’Apostolic order ce la racconta invece il giornalista Bonini nell’articolo richiamato in nota 5.
I titoli “sono garanzie ipotecarie con scadenza 2003 e 2005. Cambiali garantite da ipoteche fondiarie su terreni di proprieta’ della congrega Apostolic order of Remnant house of Israel. Il possessore che le acquista potra’ rivenderle o, in forza di quella garanzia, potra’, alla scadenza, rivalersi sulle proprieta’ dell’Apostolic order”.
Peccato che questi titoli siano carta straccia: falsi come fasulle sono le indicazioni che vi sono stampigliate sopra.
Nella perizia tecnica della Procura di Torino allegata all’Ordinanza di custodia cautelare a carico di Marini Igor, pag. 37 si legge: “Mancano indicazioni certe dell’identita’ del soggetto garante e dell’oggetto dell’obbligazione”. In altre parole non si sa ne chi, ne in nome di che cosa quelle obbligazioni verranno pagate. Inoltre “i timbri “Notary public” e “State of Idaho” che dovrebbero certificare la genuinita’ delle carte sono contraffatti” (5)
Bonini si spinge ancora oltre nella sua inchiesta e identifica anche l’origine dei titoli dell’Apostolic Order. L’unica cosa che ci interessa di questo percorso è che la truffa non nasce in Serbia e quei titoli dalla Serbia non ci sono mai passati: provengono dal truffatore americano Ernst N. Tietjen, detenuto per questa stessa truffa nel carcere federale di Florence, stato del Colorado, dal 1999.
Queste sarebbero le due tranches della tangente Telekom ancora da pagare a Ranocchio, Cicogna e Mortadella: obbligazioni che hanno lo stesso valore delle banconote del Monopoli, cioè valgono solo la carta su cui sono scritti.
Questi sarebbero i soldi per i quali il moderato avvocato Taormina, sempre pronto a chiedere il massimo delle garanzie per gli imputati che difende, pretende l’arresto dei tre esponenti del centro sinistra.
(Ultimissima: anche l’avvocato Randazzo ha chiesto il 10 settembre la misura cautelare per gli accusati da Marini. Il faccendiere infatti sarebbe stato posto davanti ad un “confronto probatorio” inaspettato perfino dall’avvocato.
Secondo quest’ultimo la credibilita’ di Marini ne sarebbe uscita pienamente confermata. Percio’ Randazzo chiede che si provveda prima che siano gli accusati “a darsi da fare per falsificare qualche documento”.
Detto dall’avvocato di uno che ha piu’ accuse di falso sulla fedina penale che capelli in testa, la cosa fa un po’ ridere)

Giunti a questo punto si possono trarre due conclusioni per spiegare il pasticcio Marini: o il truffatore è stato a sua volta truffato dai serbi (Milosevic o chi per lui) che gli hanno rifilato patacche per pagare i residui della tangente oppure, piu’ probabilmente, il nostro ha tentato di spacciare la "coppia di sette" delle sue truffe per il "poker d’assi" della tangente Telekom Serbia, sperando di uscire dai guai con la legge e con i truffati creditori grazie alla protezione politica. Noi propendiamo per la seconda ipotesi.

La quarta parte della tangente, quella collaterale, è altrettanto fumosa. Marini ne accenna durante il confronto con Paoletti nel carcere di Torino (avvenuto il 27 agosto) e chiama in correo altri destinatari: Rutelli, Veltroni e Mastella.
Non sono ancora emersi molti particolari di quest’ultima rata, ma una cosa è gia’ certa: l’aver tirato fuori questi nomi, insieme alla dichiarazione “Ciampi era amico di Paoletti”, costa a Marini tutta la sua credibilita’.
Intanto perché il coinvolgimento di Ciampi è indimostrabile ed è talmente clamoroso da far nascere sospetti su tutta la storia raccontata dal “Conte”.
In secondo luogo perché Mastella all’epoca era esponente del centro destra. Appare quindi evidente il motivo per cui è stato tirato in ballo: ogni bugiardo ha bisogno di pezze d’appoggio, parti di realta’ dimostrabile con cui puntellare le proprie menzogne.
Ricordandosi di essere stato una volta a casa di Mastella (“Leggeva le carte” ha dichiarato il buon Clemente, non negando che Marini era stato una volta a casa sua) il super teste riteneva cosi di dimostrare che non essendo negabile la visita all’abitazione, automaticamente acquisiva valore di prova anche il passaggio di tangente.

Il colpo di zappa che Marini si è dato sui piedi con questa terribile gaffe, anticipando storicamente di qualche anno il passaggio di Mastella al centrosinistra oppure attribuendo al suo partitino un valore che non ha mai avuto (sarebbe stato l’unico partito di opposizione coinvolto in un’operazione tangentizia della quale non esiste il pari, visto che la madre di tutte le tangenti, quella Enimont, era appena di 150 miliardi) è stato fatale anche per i piu’ facinorosi avversari di Prodi, Dini e Fassino.
La credibilita’ del supertestimone è risultata clamorosamente compromessa, incredibile a dirsi, non dal fatto che la storia che ha raccontato era totalmente campata in aria, cosi come lo erano i presunti “titoli”, ma dal suo eccesso di zelo nel voler obbedire all’ordine di tirare dentro tutti gli esponenti del centrosinistra.
Adesso tutte le bocche da fuoco del centro destra stanno riorientando il tiro sulla vecchia tesi della “responsabilita’ politica”; tesi che abbiamo gia’ sfrondato e smontato nella puntata precedente.

Eppure Marini non è stato inutile, anzi si è rivelato un “utile idiota”.
Dopo le sue dichiarazioni, opportunamente riprese da parecchi organi di stampa e televisioni, dopo il bombardamento mediatico cui sono stati fatti oggetto i tre presunti percettori di tangente, dopo l’ossessionante campagna giornalistica (de Il Giornale e di Libero) che ha insinuato il sospetto spacciando per vere certe affermazioni, l’opinione pubblica si è formata un convincimento, strano e ingiustificato alla luce dei fatti ma perfettamente comprensibile, che rende piu’ difficile credere alle dichiarazioni di chi è chiamato a discolparsi.

In un qualunque paese civile Marini sarebbe stato internato in un manicomio ed ai promotori della commissione d’inchiesta parlamentare sarebbero stati chiesti indietro i soldi dei contribuenti.
Da noi invece, grazie al controllo quasi totale dei mezzi d’informazione, l’attuale inquilino di Palazzo Chigi ha insinuato e fatto insinuare nelle teste degli elettori un dubbio che non sara’ facile vincere in mancanza di mezzi di comunicazione altrettanto efficaci, quello che “poiché se ne è parlato tanto, questi del centrosinistra qualcosa di male lo hanno fatto comunque”.

Questi sono i metodi nell’Italia delle TV di Arcore.

(Fine. Le parti precedenti sono state pubblicate in data 1 e 5 settembre)

Le nostre fonti:


(1) http://www.camera.it/_bicamerali/nochiosco.asp?pagina=/_bicamerali/leg14/telecom/home
(2) http://www.unita.it/index.asp??SEZIONE_COD=&TOPIC_ID=28238
(3)http://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/politica/telekomserbia/conte/conte.html
(4) http://www.ilriformista.it/documenti/articolo.asp?id_doc=6729
(5) La Repubblica, 29 agosto 2003, pag. 11 a firma di C. Bonini (non disponibile in rete)
(6) http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=28699
(7) http://italy.indymedia.org/news/2003/08/352467.php
(8) La Repubblica, cit., a firma di A. Custodero (non disponibile in rete)




   Tuesday, September 09, 2003
Il cavaliere frainteso

"Non so mai quello che ho detto, prima di sentire la risposta a quello che ho detto" (N. Wiener)

Daniele Luttazzi diceva: “Non tutti i politici vengono a questo programma (Satyricon). Non vengono. Sapete perché? Perché io non sono Bruno Vespa. Hanno paura. E' incredibile: hanno paura. Ma io dico: Berlusconi... candidato alla Presidenza del consiglio. Una volta eletto dovrà avere a che fare con calibri da 90, come Arafat, come Gheddafi. E ha paura di un comico?".

Sbagliava.
Sbagliava perché non aveva paura di lui come uomo, semplicemente non voleva che le sue (del nano) esilaranti battute potessero non reggere il confronto con quelle del comico romagnolo.

Se infatti analizziamo gli ormai due anni di lavoro di Berlusconi (inutile definirlo governo, dato che quel coacervo di personaggi non puo' assolutamente ottenere la qualifica di governanti di un Paese, tutt’insieme asserviti all’unico interesse di tutelare l’uomo di Arcore e il suo scudiero Previti) ci accorgiamo che sono più le battute, i discorsi ironici, i paradossi enunciati che le frasi reali e ponderate, i discorsi costruttivi fatti da quello che dovrebbe essere un Presidente del Consiglio.

Dal 13 Maggio 2001 è un susseguirsi di interventi ironici e di smentite, di accuse rivolte alla sinistra e ai giornalisti i quali, a suo dire, strumentalizzano discorsi innocenti, ma soprattutto ironici, dimostrando LORO di non avere quel sense of humour che l’entourage del nano mette in tutte le sue decisioni, dal falso in bilancio alle rogatorie, dal Lodo Schifani al DPEF.
Non ve ne siete accorti, ma loro stessi ci stanno continuamente dicendo che è uno scherzo, una barzelletta, si stanno divertendo: peccato che noi non riusciamo a ridere di tutto questo.

La prima grande barzelletta, in ordine cronologico, la racconto' dopo la tragedia delle Twin Towers quando dichiaro' che ’“L'occidente deve avere la consapevolezza della superiorità (sull'Islam) della sua civiltà” .
In quell’occasione era con Putin e Schroeder i quali probabilmente impallidirono a tali dichiarazioni.
Ma i Berlusconi’s guys NO.
L'Europa pretendeva le scuse, la Lega Araba insorgeva contro le scellerate dichiarazioni che solo un uomo privo di senno poteva effettuare in un periodo nel quale la paura del terrorismo di natura islamica aveva ingenerato un processo di profonda diffidenza nei confronti di tutto quello che era “musulmano”.
Ma i Berlusconi’s guys non solo non erano preoccupati, ma avevano già trovato a chi dare la colpa.
Mi hanno frainteso, disse poco dopo il nano, io parlavo dei fondamentalisti e non del mondo islamico in generale. La prima pezza era stata messa, in qualche modo si cercava di dare al mondo intero un connotato di incapacità di comprendonio, un’opinione pubblica mondiale che stoltamente aveva capito male quello che lui voleva dire.

Questo è un vero e proprio paradosso.
Il 20 Agosto 2003 il Berluska è stato dichiarato il secondo miglior comunicatore esistente, dietro al solo Presidente della Repubblica Ciampi.
Eppure l’opinione pubblica mondiale non riesce a seguire un suo discorso, senza travisarne i contenuti, senza (parole sue) “impiccarlo per ogni parola detta”. Ci riuscissero una buona volta…


Un altro monologo altamente ironico lo effettuo' il giorno dell’insediamento del Semestre Italiano di Presidenza dell’UE.
Noi italiani, consci dell’inettitudine dei nostri rappresentanti, sapevamo benissimo che qualcosa sarebbe successo, forse non nel primo discorso, forse anche non nella prima settimana, ma prima o poi c’era da aspettarsi il solito exploit del Cavaliere.
E invece ci fu il botto già alla prima seduta.
Superfluo finanche ricordare il “turisti della democrazia” gridato ai Verdi europei e soprattutto la risposta all'europarlamentare Schulz, reo di aver chiesto se ci si dovesse aspettare anche in ambito europeo quello che era in atto in Italia, ossia una campagna legislativa atta a bloccare i processi a carico del Presidente.
Forse Schulz esagero' non parafrasando nulla e andando direttamente a centrare il bersaglio grosso, ma la reazione del nano fu di quelle eclatanti: “[Schulz] mi ha offeso gravemente sul piano personale - disse il nano - gesticolando, e con un tono davvero non ammissibile: io l'ho detto con ironia, se non capite l'ironia mi dispiace".


ANCORA?!?!?
Ancora una volta lui, Presidente del Consiglio, rappresentante italiano, in quel momento Presidente di turno dell’Unione di molteplici Stati europei, fa un discorso IRONICO?
A questo punto mi chiedo se il Berluska è sicuro di essere un politico o semplicemente un partecipante di La Sai l’Ultima, con molte probabilità di portarsi a casa il montepremi finale!
La cosa più angosciante di quei momenti fu vedere la faccia di Fini: gli si poteva leggere la didascalia nel fumetto sulla sua testa che ripeteva: “Chist’ è scem!”

Il teatrino che ne segui' è quello a cui ormai siamo abituati, le solite scuse al popolo tedesco in una fantomatica telefonata con Schroeder e il solito “corri a trovare a chi dare la colpa”.
Nel gioco del calcio vige una linea di pensiero che vede nell’attacco la miglior difesa.
Ed infatti i Berlusconi’s guys si affrettarono ad accusare la sinistra italiana, rea di non aver difeso l’Italia, rea di non aver avvalorato la tesi dello squilibrato, rea anzi di aver fomentato la rissa verbale fornendo essa stessa gli appigli per l’aggressione (come se in Europa non conoscessero le magagne fatte nel BelPaese dal nano), ma addirittura essa era colpevole per non aver spiegato agli Europei che il nostro Presidente non fa sul serio, scherza, è un burlone, i suoi discorsi sono ironici, delle emerite buffonate (intese come azione dei buffoni di corte….o forse no?!?).


Ancora una volta allora mi domando come il secondo miglior comunicatore non riesca a farsi capire: perché quando lui è ironico e giulivo nessuno, e dico nessuno, riesce a trovare nelle sue parole quel pizzico di ilarità che fa capire che è tutto un gioco, tutta una barzelletta fatta per ridere???
Eppure noi non ridiamo.
Se glielo chiedete, la colpa è nostra.


Vorrei tanto dire che i fraintendimenti, le burle del Nanetto sono circoscritte a queste due, ma purtroppo non è cosi.
E' del 4 Settembre la nuova perla che va ad arricchire la bacheca di gaffe ironiche del premier.
Il farneticare in questo caso è vicino al delirio di onnipotenza di un uomo che è convinto portavoce della totalità delle volontà del popolo italiano.
In un intervista a The Spectator ha affermato che “i giudici sono persone mentalmente disturbate, che è maturo il momento per imporre la democrazia anche con l’uso della forza, che l’Economist ha confuso le guardie (la destra) con i ladri (la sinistra), che non esiste conflitto d’interessi in quanto i comunisti lo hanno costretto a vendere tutto a causa della strategia BB (Boicotta Berlusconi).
Non contento ha offeso Enzo Biagi e la memoria di Indro Montanelli affermando che questi, insieme all’80% della stampa italiana e internazionale (che è a suo modo di vedere tutta di sinistra) erano invidiosi di lui, del suo potere, della sua posizione.

Poteva non arrivare la smentita? Assolutamente no! ANZI!
Non è passata nemmeno la notte che si sono immediatamente levate le solite voci che gridano al complotto della sinistra ordito ai danni del povero Nano, ma soprattutto si pone l’ennesimo accento sul fatto che il discorso era ironico.
Paolo Bonaiuti, uno dei già citati Berlusconi’s guys tenta una scappatoia, sempre la stessa, quasi fosse un ritornello di quelle canzoni UNZ UNZ UNZ che si ascoltano d’estate, tutto rumore assordante e niente testo, in modo da confonderti e basta: "Una chiacchierata estiva con un amico del partito conservatore inglese, la differenza di lingua e una evidente coloritura giornalistica - ha detto - hanno trasformato una battuta sul filo del paradosso in una considerazione di ordine generale su un'intera categoria.

E TRE!
Non volete proprio capirlo che il signor Silvio Berlusconi è un comico, che a causa della differenza di lingua (eppure esistono i traduttori, a meno che non abbiano usato quello di Google, questa scusante è a dir poco farsesca) e dei giornalisti (INVIDIOSI!) si è visto rinfacciare cose non dette o quanto meno dette con una battuta sul filo del paradosso.

Ormai non so davvero cosa attendermi da questo personaggio.
Forse una dichiarazione di guerra al Marocco, per poi dire che era un Pesce d’Aprile, o la chiusura commerciale con il Giappone per poi smentire la cosa dicendo che al Presidente mancava una sola barzelletta al suo palmares per diventare famoso quanto Gino Bramieri.
Non si preoccupi, caro Presidente, sappiamo distinguere tra comici e buffoni.
E Bramieri era un comico.


   Friday, September 05, 2003
L'affare Telekom Serbia (2)

Con L. 21 maggio 2002, n.99 viene finalmente istituita la commissione d’inchiesta sull’affare telekom serbia. La legge istitutiva (5 e links collegati) è gia’ molto istruttiva, a cominciare dalla relazione di presentazione della proposta di legge, di cui consigliamo caldamente la lettura.
Le domande a cui la commissione dovrebbe rispondere sono molto semplici.
Se ci fu tangente ed in questo caso chi prese i soldi.
Se il governo Prodi fu informato ed ha taciuto oppure non è stato informato e quindi di chi è la responsabilita’. (Ma di questa domanda nell’atto istitutivo non c’è traccia: l’attuale maggioranza ha dato per scontato che il governo sapesse)
Quale è stato il peso economico dell’operazione ed il danno causato allo Stato.

Purtroppo la commissione molto spesso da l’impressione di operare non con lo scopo di accertare la verita’, ma di piegare i testimoni a confermare la tesi, gia’ precostituita, delle responsabilita’ politiche (quando non penali) dell’allora governo di centrosinistra. Esemplare questo passaggio in cui Selva, dopo un estenuante audizione di Aloia, allora presidente di Stet International, cerca di travisare quanto ha risposto fino ad allora il teste in modo da far verbalizzare qualcosa che non esiste:
GUSTAVO SELVA. Questo aggrava la posizione del conte Vitali. Le decisioni vengono prese, le responsabilita’ politiche finanziarie vengono assunte da tre rappresentanti del Ministero del tesoro...
ANTONINO ALOIA. Scusi, dal consiglio di amministrazione di Telecom in cui ci sono tre rappresentanti...
(13) (In effetti poi si accertera’ che questa accettazione di Telecom è solo una supposizione del teste e la presunzione di conoscenza dei tre consiglieri è una smarronata di Selva; l’acquirente fu la STET International Nederlands, per conto della casa madre STET, nel cui consiglio di amministrazione sedeva un solo rappresentante del ministero del Tesoro, Lucio Izzo).
Poi ci si meraviglia del fatto che la verita’ non è ancora venuta alla luce…

Sul primo punto la commissione è ancora ampiamente in alto mare: nonostante Gustavo Selva affermi testualmente nel suo dossier che l’operazione comporto’ anche una cinquantina di miliardi di tangenti finiti nelle mani di alcuni intermediari conosciuti e di altri misteriosi di cui si sono perse le tracce (3) niente e nessuno è riuscito a provare che i 32 miliardi sui conti Paribas e Barclays e le commissioni pagate alla consulente Mak Environment siano in realta’ finite a soggetti diversi da quelli indicati nei bonifici originari. Anche le rogatorie effettuate sui conti dal Giudice istruttore di Torino, Maddalena, che segue l’inchiesta penale, sarebbero finite in una bolla di sapone, tanto che ci si apprestava a chiedere l’archiviazione per insussistenza del reato prima che saltasse fuori il super testimone Igor Marini.

Per quanto riguarda il secondo punto le smentite sono numerose: l’allora ministro degli esteri Lamberto Dini, il primo a finire sul banco degli accusati dall’inchiesta di Repubblica (1) ha piu’ volte smentito anche in Parlamento di aver ricevuto qualunque informazione sulla vicenda, che gli venne segnalata solo dalle rassegne stampa di due giornali serbi (passim, ma si veda 3 e 5).
All’indomani dell’inchiesta di Repubblica lo stesso Tommasi di Vignano ha confermato al quotidiano che non ha mai parlato con il Ministro degli Esteri, Lamberto Dini.(8)
In conclusione tutto cio’ che la commissione parlamentare è riuscita a dimostrare, ad oggi, è che la Farnesina era a conoscenza di una trattativa fra la STET e il governo serbo, trattativa sconsigliata dall’ambasciatore Bascone, e che tale trattativa era considerata dallo stesso ministero come una pura operazione commerciale, nella quale non interferire.
Molto istruttivo a tal proposito il verbale della deposizione di Federico Di Roberto, all’epoca Direttore della direzione generale affari economici del Ministero degli affari esteri, il quale afferma che tutte le comunicazioni in proposito furono ricevute dal suo ufficio e che lui stesso, verificando che non erano in contrasto con la linea politica del ministero in quel periodo, non trasmise gli atti, dato che non era obbligato a farlo e che essi non erano cosi importanti come oggi ci si affanna a far credere. (13)
Ecco quanto dichiara in proposito Sannino (Consigliere del Presidente della Commissione europea, gia’ capo della segreteria del sottosegretario per gli affari esteri pro tempore Piero Fassino) il Ministero degli esteri in una sua comunicazione - che credo sia anche agli atti della Commissione - aveva indicato all'ambasciatore Bascone di sottolineare anche all'opposizione (intende l’opposizione serba) che si trattava di una iniziativa di carattere sostanzialmente commerciale, nella quale il Governo, o perlomeno il ministero - parlo per la parte che mi riguarda - non si sentiva coinvolto. Il ministero, ripeto, non riteneva di dover intervenire direttamente e guardava all'operazione come un'operazione di carattere sostanzialmente commerciale. (13)


Non stupisce comunque l’accanimento con cui gli inquirenti parlamentari cerchino di dimostrare ad ogni costo che Prodi, Dini e Fassino fossero al corrente di tutto: la tesi è che la STET stava conducendo una trattativa con un governo ostile e nemico, percio’ si deve ad ogni costo dimostrare che, se anche non vi furono tangenti, l’affare è stato un autentico infortunio per i principali avversari del premier alle prossime elezioni politiche. Peccato che, come ripete piu’ volte il presidente Trantino richiamando gli indisciplinati colleghi: “La linea politica del Ministero degli affari esteri dell’epoca non è e non puo’ essere oggetto di valutazioni da parte di questa commissione” (13) il che evidentemente lega le mani ai tentativi dei piu’ facinorosi della commissione (Consolo, Selva e Taormina).
Il sottosegretario agli esteri con delega ai Balcani dell’epoca, attuale segretario DS, Fassino smentisce comunque anche la ricostruzione parziale di questo scenario di politica estera in una intervista rilasciata a Massimo Giannini e pubblicata su Repubblica del 1 settembre 2003. ”Provino a ricordare in quale contesto maturo’ quell’operazione. Tutto avvenne sulla scia degli accordi di pace di Dayton, quando gli Stati Uniti e l'Unione europea, dopo cinque anni di bagno di sangue nei Balcani, decisero insieme di scommettere sulla pace e di aiutare quel processo, che vedeva coinvolti insieme i serbi e i croati. Si decise allora di togliere l'embargo e le sanzioni, si introdusse il Sistema agevolato degli scambi, si invitarono le imprese occidentali ad andare nella ex Jugoslavia. Lo fece anche la Stet, che per operazioni quel tipo non aveva alcun obbligo a riferire al governo, essendo tra l'altro un'azienda gia’ parzialmente privatizzata. E allora, che colpa ha il governo, se pochi anni dopo quella scommessa della comunita’ internazionale falli’, e riesplose la guerra nel Kosovo? Chi poteva prevedere uno sviluppo cosi negativo della questione balcanica? (9)
Di questo quadro geopolitico la commissione è pienamente al corrente, in quanto ne parla Sannino (verbale stenografico della commissione; 13) in una sua audizione, usando quasi le stesse parole del sottosegretario.
Esponenti della maggioranza travisano anche le deposizioni dei testimoni: Consolo di AN riferisce correttamente a piu’ riprese che Sannino aveva parlato dell’intenzione di Fassino di informare Dini delle lettere dell’ambasciatore Bascone (13) ma sulla base di queste il 27 agosto arriva ad affermare che addirittura Palazzo Chigi aveva voluto l’affare, ricevendo secca smentita (ANSA ripresa da yahoo news, 11).

Poiché quanto affermato dall’ex sottosegretario agli Esteri è perfettamente a conoscenza di tutta la coalizione di centrodestra, che pure ha i suoi scheletri nell’armadio (immaginiamo il disastro degli investimenti in Iran, citati da Fassino nello stesso articolo, se il regime degli ayatollah dovesse cadere) la strategia deve obbligatoriamente spostarsi sul ministro del Tesoro. La mossa è forzata se si vuole coinvolgere Prodi nell’affare, ma cosi facendo non si puo’ evitare di mettere sotto accusa il Ministro del Tesoro dell’epoca, che attualmente occupa la piu’ alta carica dello Stato. Fanno percio’ sorridere, dopo i proclami sulle dimissioni dei responsabili lanciati dal portavoce di FI Bondi, i tentativi di lasciare Ciampi fuori dalla questione: se Prodi è colpevole il Tesoro è il tramite fra STET e Governo, percio’ il ministro del Tesoro è parimenti responsabile.
Si assiste allora al pellegrinaggio in commissione di vari personaggi, tutti interpellati con uno ed un solo scopo: dimostrare che il tesoro, e quindi Prodi, doveva sapere. Fra tutti Biagio Agnes, che dichiara testualmente: “L’IRI e il Governo non potevano non sapere”. Peccato che anche il testimone Agnes non sia proprio come la moglie di Cesare, cioè al di sopra di ogni sospetto: aveva dei sassolini da togliersi dalle scarpe, sassolini che Prodi gli ha rifilato anni prima quando lo costrinse a dimettersi dalla presidenza STET perchè troppo tiepido con la privatizzazione (10). In compenso Draghi informera’ la commissione che il Tesoro non aveva neanche un incaricato nel CdA Telecom e quindi nessuno lo aveva informato (Il Giornale, 31 agosto 2003).

Anche le responsabilita’ del Tesoro vengono comunque alleggerite fino a diventare inesistenti da Guido Rossi, all’epoca presidente di STET. Nella deposizione resa da Rossi si evidenzia efficacemente il meccanismo della catena di comando ed i poteri “effettivi” dei membri del CdA nominati dal Tesoro. Chi comandava in STET e Telecom era l’amministratore delegato Tommasi di Vignano, in forza appunto delle deleghe che gli erano state conferite e che lo rendevano plenipotenziario, in pratica libero di agire come riteneva opportuno. Quando Tommasi ci informo’ che l’operazione Telekom-Serbia, inserita in un ordine del giorno alla voce “varie ed eventuali”, si sarebbe conclusa positivamente il giorno dopo, apparve evidente a tutti che si parlava di un affare le cui linee guida erano state gia’ discusse ed approvate in un precedente CdA, del quale ne io ne Izzo (rappresentante del Tesoro nel CdA STET all’epoca dei fatti) facevamo ancora parte. Percio’ Izzo non ritenne opportuno protestare, e neanche informare il Tesoro, in quanto si trattava semplicemente della presa d’atto della conclusione positiva di un’operazione iniziata in altro periodo. Quella fu l'unica volta in cui si parlo' dell'affare in un CdA STET da quando io e Izzo ne facevamo parte. E comunque le deleghe di Tommasi erano tali che non aveva bisogno neanche di riferire in CdA, e neanche della sua autorizzazione. Puo’ non piacere che una sola persona abbia simili poteri in un’azienda che maneggia i soldi pubblici, ma cosi andavano le cose nelle partecipazioni statali allora: anzi questo è uno dei motivi per cui le privatizzazioni di tali aziende sono state cosi difficoltose (estratto delle dichiarazioni di Guido Rossi alla commissione; il testo integrale si trova in 13)

Un testimone pronto a giurare che Prodi, Dini e Fassino sapevano tutto ci sarebbe: è l’avvocato, o meglio il faccendiere, Di Stefano. Peccato che il presidente della commissione, Trantino, che forse aveva ancora la testa sulle spalle, si rende conto di aver a che fare con un personaggio poco raccomandabile e decide di non avvalersi della sua collaborazione (2).
Forse pero’ i motivi che spingono Trantino a non ascoltare Di Stefano sono altri: l’avvocato afferma testualmente che non ci fu tangente per Prodi, Dini e gli altri (2 e anche Il Giornale del 29 agosto 2003) e coinvolgerlo quando alcuni truffatori affermano che i beneficiari della tangente furono Prodi, Dini e Fassino o nel momento in cui Marini sta facendo i nomi di tutti gli esponenti del centrosinistra come corrotti non è politicamente opportuno.

Proprio in quel periodo infatti la commissione è alle prese con uno dei tanti testimoni da baraccone: si tratta di Vincenzo Zagami.
Zagami è stato scovato da un altro fenomeno insieme politico e giornalistico, il senatore Paolo Guzzanti, presidente della commissione Mithrokin. Nel corso di lunghi e costosi viaggi all’estero a spese del contribuente italiano svolti nel tentativo di dimostrare che i comunisti italiani erano tutti spie dell’Unione Sovietica Guzzanti, in assenza di riscontri positivi per la sua commissione, si occupa di altro: entra in contatto con Zagami, ne pubblica un’intervista su Il Giornale e poi invia la documentazione alla commissione d’inchiesta. Zagami racconta di essere colui che porto’ il denaro nei sacchi di juta, ma prima di consegnarlo a Slobo ne sottrasse un bel pacco per consegnarlo agli italiani. Peccato che la circostanza dei sacchi di juta sia stata smentita dal “rapporto Torkildsen” (pubblico, fra l’altro; un estratto si trova in 15) e che Zagami sia rinchiuso in un carcere francese dove dovra’ scontare una condanna per truffa (14)
Adesso che Zagami si è rivelato l’ennesima patacca (in un’intervista a Repubblica sara’ lo stesso presidente Trantino a dichiarare di averlo voluto personalmente depennare ; 2; ma il 9 ottobre 2002 aveva chiesto la secretazione della lettera di Guzzanti contenente la dichiarazione; 16; salvo poi dopo una sola settimana renderla pubblica; 17) e che la credibilita’ del super testimone Marini sembra vacillare il Di Stefano torna in auge e la commissione si dichiara pronta ad interrogarlo. Ma che bel modo di condurre un’indagine!

Tutto l’affannarsi della maggioranza appare vano: se non si dimostra il coinvolgimento del governo, visto che non si è potuta provare la tangente, non lo si potra’ neanche accusare di aver danneggiato l’Italia sotto il profilo dell’immagine e quindi la commissione d’inchiesta si sara’ rivelata inutile.
Rimane anche da domandarsi in quale modo il teorema “non potevano non sapere” abbia qualche efficacia per la condanna politica del centrosinistra. Ricordiamo che all’epoca dell’avviso di garanzia a Berlusconi per lo scandalo delle tangenti alla Guardia di Finanza i magistrati che sostenevano questo teorema furono letteralmente messi in croce dalla Casa delle Liberta’ al completo. Adesso il centrodestra vorrebbe usare lo stesso teorema per condannare il centrosinistra. Evidentemente i tempi cambiano, solo le facce toste restano sempre le stesse.

Per la verita’ un buon risultato la commissione parlamentare lo ha ottenuto, non si sa se grazie alle audizioni dei PM (segrete per ovvio motivo, le indagini sono ancora in corso) o per effetto della propria attivita’: l’identificazione del signor A (v. prima parte dell'inchiesta). Si tratta del sedicente Conte Carlo Vitali, citato nell’audizione del presidente di STET International Aloia. Il teste afferma che, all’epoca in cui dell’affare si occupava ancora la STET International, il Vitali si presento’ da lui vantandosi di essere intimo di Milosevic, tanto da andare a cavallo col presidente serbo e facendo presente che senza un intervento esterno l’affare non si sarebbe mai chiuso (13). Aloia lo liquida e per effetto di queste affermazioni la STET International si ritira dall’affare, che viene preso in mano e gestito direttamente da Tommasi. Pare provato che il conte ricevette i famosi 2,7 milioni di marchi citati nel rapporto dei sindaci revisori Telecom in qualita’ di “mediatore”(7). (Una figura usuale, secondo il Sen. Cossiga, gia’ presidente della Repubblica; 13)

A consentire un nuovo colpo d’ala è la vendita della partecipazione in Telekom Serbia da parte di Telecom Italia, cioè la vendita della pietra dello scandalo: l’annuncio è del 28 dicembre (12) e porta nuova acqua al mulino delle responsabilita’ e fornisce ossigeno alle asfittiche trombe della condanna politica per il centrosinistra.
L’operazione si chiude infatti con una perdita, stimata dagli esperti, di 886 miliardi per Telecom Italia (18).
Tutta colpa del centrosinistra? A nostro avviso la responsabilita’ prevalente è dell’amministratore delegato Tommasi di Vignano, ma la realta’ è ben diversa da quanto sembra: gli acquisti esteri delle societa’ di telecomunicazione all’epoca erano considerati obbligatori se si voleva competere sul mercato, come conferma la deposizione dell’ex dirigente Telecom Francesco De Leo: c’erano attese di creazione di valore diverse ed in buona fede molti probabilmente pensavano che quei valori potessero poi tradursi in creazione reale per gli azionisti. Da questo punto di vista, sono due momenti storici diversi del settore delle telecomunicazioni e credo che cio’ si ritrovi anche nella storia di tutti i giorni, nelle pagine dei giornali. Ieri Steve Case ha dato le dimissioni da chairman di American on line perché sono stati distrutti 200 miliardi di euro di valore. Credo che Telecom Italia sia oggi ancora una di quelle realta’ che, se vogliamo, ha perso meno rispetto a quelli che sono i comparable presenti sui mercati . (13) Quindi aspettative diverse e percio’ prezzi di vendita e di acquisto non propriamente commensurabili.
L’affermazione di De Leo, sulla ottima capacita’ di contenimento delle perdite, dovrebbe mettere la parola fine a questa querelle, ma vale la pena valutare ancora di piu’ quanto la cifra di 886 miliardi, sensazionale ed elevata per chi è abituato a campare con 800 euro mensili, sia in realta’ una piccola goccia nel mare della contabilita’ di aziende della dimensione di Telecom Italia. Durante il periodo della gestione Tommasi Telecom investira’ in “partecipate” (aziende in cui il possesso delle azioni non prevedeva la partecipazione alla formazione delle decisioni) 10800 miliardi, che rappresentano il 35% del totale degli investimenti per acquisizioni all’estero del gruppo Telecom (13, audizioni di Aloia e De Leo). L’ammontare di quegli investimenti era percio’ dell’ordine di 30.500 miliardi di vecchie lire. La percentuale del danno subito appare troppo irrisoria per definire “una tragedia” come fa il sito di “berlusconifanclub” (18) l’intera operazione.

Crediamo invece piuttosto che sia piu’ lecito concordare con la chiusura della nota stampa di Broadcast & video (10) la quale afferma senza mezzi termini “E gli onorevoli membri della commissione ogni giorno discutono di aria fritta.”

Sembrano “aria fritta” anche le esplosive testimonianze del faccendiere Igor Marini, delle quali ci occuperemo nella prossima puntata.

Le nostre fonti:

(1) http://www.repubblica.it/online/mondo/telekomserbia/telekomserbia/telekomserbia.html
(2) http://www.lospettro.it/pagina725.htm
(3) http://www.gustavoselva.it/dossier-telekom-serbia/telekom_serbia.htm
(4) http://www.nicolosy.it/Verita_Nascoste/Telekom-Serbia.html
(5) http://www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stampati/sk8000/relazion/7686.htm
(6) http://www.archiviostampa.it/art.asp?art_id=2408
(7) http://www.cellularmania.kataweb.it/rassegna/archivio/giugno2001/13_09.shtm
(8)http://www.repubblica.it/online/mondo/serbiatangenti/reazioni/reazioni.html
(9) http://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/politica/telekomserbia/retroscena/retroscena.html
(10)http://bv.diesis.it/221/bev.htm
(11)http://it.news.yahoo.com/030827/2/2f6s8.html
(12)http://it.news.yahoo.com/021230/90/22p5l.html
(13)http://www.camera.it/_bicamerali/nochiosco.asp?pagina=/_bicamerali/leg14/telecom/home.htm
(14)http://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/politica/telekomserbia/davanzo1/davanzo1.html
(15)http://www.repubblica.it/online/politica/telekomserbia/new/new.html
(16)http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/bollet/200210/1009/pdf/55.pdf
(17)http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/bollet/200210/1016/pdf/55.pdf
(18)http://www.silvioberlusconifansclub.org/main.asp?IDR=26







   Monday, September 01, 2003
L’affare Telekom-Serbia

In questi giorni le cronache dei giornali sono occupate dall’affare Telekom-Serbia (visto che è improprio chiamarlo “tangente” dato che il passaggio di soldi e tangenti è ancora tutto da dimostrare) ed anche noi di Mafiusconi abbiano deciso di occuparcene, per almeno due buoni motivi.
Il primo è che vista la grande mole di notizie, vere o false, che si rincorrono continuamente, esiste il rischio di perdere la bussola e quindi ogni fiero avversario del premier e della sua massa di accoliti è necessario che abbia le informazioni per controbattere le insinuazioni degli avversari.
Il secondo è che gli accoliti medesimi non si sono risparmiati nel far credere (almeno a giudicare dalle informazioni in nostro possesso) che esistono misteri, comportamenti e altro, tali da determinare addirittura l’arresto degli avversari politici.

Ci siamo adoperati con tutte le nostre forze alla ricerca di questi elementi e delle prove a carico degli esponenti del centrosinistra, ma quanto abbiamo trovato non corrisponde certo con quanto ci vogliono far credere.

Vi proponiamo percio' il nostro oneroso lavoro di ricerca, certi che ognuno possa capire quanto la verita’ (“mai semplice” secondo Oscar Wilde) sia ben diversa da quella che ci viene rifilata da illustri esponenti delle commissioni parlamentari.
Poiché i riferimenti incrociati sono molteplici e la vicenda è piuttosto complessa non abbiamo potuto fare quello che ci eravamo proposti, cioè riportare in sedi diverse quanto è documentato da quelle che sono le nostre deduzioni ed impressioni. Troverete percio’ tutto inserito all’interno degli stessi articoli, con l’avvertenza che il corsivo è documentato (e riportiamo anche la fonte) mentre quanto scritto in caratteri tradizionali è da considerarsi “farina del nostro sacco”.

Data l’impressionante mole di materiale la nostra inchiesta è divisa in tre parti: nella prima, che trovate qui di seguito, parleremo di come nasce l’affare Telecom-Serbia e di come vengono alla luce i sospetti su Dini e sul governo Prodi, nella seconda parleremo dell’opera della commissione d’inchiesta parlamentare prima che irrompesse sulla scena il grande accusatore Igor Marini, che sarà interamente protagonista della terza parte. Questi ultimi due articoli li leggerete nei prossimi giorni sempre su Mafiusconi.

L’affare Telekom Serbia (1)

Il 9 giugno 1997 Tomaso Tommasi di Vignano, all’epoca amministratore delegato della STET, firma un contratto che sancisce l’acquisizione del 29 % di Telekom Serbia da parte di Telecom Italia, al prezzo di 893 milioni di marchi. Il contratto pare atipico e, per richiesta esplicita di Telekom Serbia, viene “secretato” nelle sue parti piu’ importanti.
Contemporaneamente entra in telekom Serbia anche l’omologa greca di Telecom Italia, vale a dire la OTE, che acquisisce il 20% della compagnia telefonica serba.
(1)
L’affare non sembra poi cosi brutto, almeno inizialmente: l’Italia batte la concorrenza della Telekom tedesca e di Alcatel (2) e paga percentualmente la sua quota il 10% in meno di quanto spendono quelli di OTE, che vengono imbarcati nell’affare all’ultimo momento (1).
Gia’ a questo punto le fonti divergono: secondo La Repubblica, che ha fatto scoppiare il caso, i soldi vengono pagati in contanti e poi imballati in sacchi di juta per essere trasportati in Serbia, ma ognuna delle due parti si accorda per conto proprio (1); secondo Di Stefano, avvocato di Milosevic (che la commissione Telekom-Serbia ritiene dapprima inaffidabile, salvo poi fare retromarcia (2) ) i sacchi di juta non sono mai esistiti ed il pagamento non è stato effettuato in contanti (2); secondo Gustavo Selva, che allora sedeva sui banchi dell’opposizione, non solo i soldi furono pagati in contanti, ma fu l’Italia ad imbarcare i greci nell’avventura e ne anticipo’ addirittura il pagamento (3).

Comunque sia l’esposizione complessiva dell’Italia nell’affare è pari a poco meno di 893 milioni di marchi, cosi ripartiti: 701.770.000 da pagare entro 48 ore, 117.000.000 a sei mesi e 74.000.000 all’atto del rilascio della concessione per la telefonia mobile (che verranno versati nel marzo del 1998).
L’esposizione greca è pari a 624.000.000 di marchi(di cui 543.230.000 in contanti ed il resto a sei mesi), più altri 57 milioni, sempre di marchi, per la telefonia mobile (1). La mattina del 10 giugno gli incaricati della European Popular Bank (banca greca su cui sono depositati i capitali per l’acquisto), quelli di STET, di OTE e di PTT (la societa’ statale proprietaria di telekom Serbia) si trovano ad Atene dove perfezionano il passaggio del denaro dai conti della EPB alle dirette mani del funzionario PTT che torna in patria con 1.245.000 marchi in contanti, gli importi delle prime rate del pagamento (701.770.000 per STET, 543.230.000 per OTE). L’affare è concluso, ma la cifra raccolta dal funzionario, come vedremo, sara’ piu’ bassa di quella indicata. (1)

Anche se le trattative sono iniziate nel 1995 (all’epoca in cui amministratore delegato STET era Ernesto Pascale e quello della Telecom Francesco Chirichigno)
(1) nessuno o quasi nessuno ha mai avuto da ridire, anche perché nessuno o quasi era a conoscenza delle trattative e dei termini dell’accordo o ha dichiarato di esserlo.

Dall’interno dell’azienda l’unico a protestare fu il presidente STET, Guido Rossi, gia’ presidente CONSOB, gia’ senatore eletto come indipendente nelle file del PCI, gia’ liquidatore di Enimont, che aveva ricevuto da Prodi la presidenza STET con lo scopo di porre in atto proprio la privatizzazione di Telecom.
Le proteste di Rossi sono comunque piu’ formali che sostanziali, visto che Tommasi lo mette (insieme al resto del consiglio di amministrazione) a conoscenza della trattativa solo il giorno prima della firma e lo invita a recarsi a Belgrado per sottoscrivere l’accordo.
Rossi rifiuta e scrive al ministro del Tesoro dell’epoca, il futuro presidente della Repubblica Ciampi, per chiedere udienza e protestare, in quanto nonostante una fase di privatizzazione in atto il Tesoro era ancora titolare del pacchetto di controllo di STET.
Ciampi lo riceve ma di fronte alle sue proteste allarga sconsolato le braccia dicendo “Anch’io sono all’oscuro di tutto”. Va detto anche che Rossi all’epoca non fu reso partecipe neanche dell’accordo, sempre stilato da Tommasi, con l’AT&T.
(1)

L’altra eminente personalità che è a conoscenza dell’affare e manifesta perplessita’ è l’ambasciatore italiano in Jugoslavia, Francesco Bascone, che verrà poi rimosso dall’incarico (4), il quale scrive in un telegramma del 15 febbraio 1997 indirizzato al sottosegretario Fassino: “nell’ipotesi che un giorno l’opposizione vada al potere, l’investimento che oggi viene fatto in PTT della Serbia comporta per l’investitore estero un rischio finanziario oltre che politico” (3).
Un po’ poco per pensare che l’ambasciatore sia stato fermamente contrario, come adesso sostengono in molti invocando processi politici perché questa informativa è stata ignorata, e poco anche per sospettare che questo telegramma sia la motivazione per la sostituzione di Bascone con Sessa, come fa il giornalista Pergolini (4).
A onor del vero Gustavo Selva parla di “molti telegrammi e in particolare tre” ma riferisce solo di questo, che è ripreso anche da Il Giornale del 31 agosto 2003 (niente link, Il Giornale di Berlusconi non ha un sito Internet), altri invece parlano di 14 telegrammi (Il Giornale in diversi articoli, il deputato di FI Campa sul suo sito) ma la sostanza delle cose non cambia: se Gustavo Selva nel suo dossier cita per esteso solo questo, sicuramente questo è quello più funzionale. Valuteremo il valore che ha nella seconda parte della nostra inchiesta.

Sta di fatto che il paventato cambio di regime si verifica di li a poco: il 24 marzo 1999 parte l’operazione “forza determinata” organizzata dalla NATO e ad ottobre dello stesso anno il dittatore serbo è deposto.
Si avanza da piu’ parti, ma solo ora, il sospetto che la STET e la OTE abbiano finanziato con i milioni di marchi dell’affare telekom-serbia addirittura la campagna di pulizia etnica in Kossovo (passim, ma si veda in particolare ancora il sito di Gustavo Selva citato nella nota 3) ed il valore delle azioni nelle mani italiane e greche si deprezza miseramente.

La bomba scoppia definitivamente solo piu’ tardi, nel febbraio 2001 quando i giornalisti di Repubblica Bonini e D’Avanzo pubblicano una inchiesta in tre puntate sul presunto pagamento di tangenti nell’affare Telekom-serbia (si tratta di quella che potete leggere integralmente sul sito del quotidiano seguendo il link della nota 1).
In sintesi i giornalisti riferiscono di un colloquio, avvenuto la sera del 10 giugno a Belgrado in occasione della cena per i festeggiamenti della conclusione dell’affare presso il Palazzo della Presidenza della Repubblica Serba. A parlare sono il presidente serbo Milosevic ed il ministro per le privatizzazioni Milan Beko. Milosevic chiede a Beko perché “quei 32 milioni di marchi li dobbiamo pagare noi che siamo i più piccoli e i più poveri”. Beko gli risponde: “Presidente, è solo il 3 per cento! E’ abituale pagarlo in Occidente, e doveroso quando si fanno affari con gli italiani.” Slobo allora ridacchia: “Quei mafiosi…” (1)

Fin qui è un po’ poco per parlare di certezze di passaggio di denaro, ma la ricostruzione dei giornalisti di Repubblica continua, parla di un intervento nell’affare, che risultera’ poi decisivo, di Douglas Hurd, ex ministro degli esteri inglese e dipendente all’epoca dei fatti della Natwest security Ltd,in ottimi rapporti con Andreotti e Dini, come in ottimi rapporti con Andreotti era tale Maslovaric, ambasciatore serbo presso la Santa Sede ed anch’egli pare aver giocato un ruolo decisivo nella conclusione dell’affare.
Da parte serba i giornalisti italiani hanno intanto verificato un’eccessiva fretta di chiudere l’affare da parte di Milosevic, motivabile con il fatto che le riserve di valuta serba ammontavano ad appena 200 milioni di dollari. Il presidente serbo aveva tanta fretta che una fonte, rimasta non identificata, avrebbe parlato di un intervento diretto di Dini per far slittare la firma di una settimana evitando di farla coincidere con la visita in Serbia del segretario di Stato americano Madeleine Albright.
La prova maestra starebbe pero’ negli estratti conto della banca EPB che parlerebbero abbastanza chiaro: i 701.770.000 marchi accreditati il 9 giugno sul conto della European Popular Bank di Atene diventano 683.972.454 in valuta 10 giugno e sono prontamente accreditati su un conto designato dalla PTT. Stessa cosa succede tramite l’uomo della OTE: i soldi trasferiti dalla disponibilità del conto EPB intestato a OTE presso quello indicato da PTT non sono 543.000.000 bensi 529.453.176, anche questi con valuta 10 giugno. Leggenda vuole che il signor Beko li prelevi direttamente in contanti e li stipi in sacchi di juta per portarli a Slobo.
Questo invece è il motivo per cui il contratto non è stato reso pubblico: al suo interno vi erano anche le disposizioni per smistare il resto del denaro. La STET accredita 16.090.540 marchi tedeschi sul conto numero 6501680000 della Paribas, filiale di Francoforte, con valuta 11 giugno.
Il conto di corrispondenza è a favore di Natwest security Limited.
Il controvalore in sterline di 1.707.006 marchi viene invece depositato, valuta 12 giugno, su un conto della Barclays Bank di Londra ed è a favore della Weil Gotshal & Manges (studio legale che figura, insieme alla NatWest, fra i consulenti di parte serba).
Stessi conti, stesse date di valuta e importi diversi per i greci della OTE, che pagano rispettivamente 12.455.455 di marchi sul conto Paribas di Francoforte e il controvalore di 1.321.369 marchi in sterline sul conto Barclays.
La somma di questi importi è pari a 31.574.370 di marchi tedeschi, appena 425.630 in meno dell’approssimato conto di 32 milioni fatto dal presidente serbo
. (1)

I giornalisti di Repubblica in conclusione del loro meticoloso lavoro d’indagine citano anche un certo Tadic, che riteniamo sia Boris Tadic, ministro delle telecomunicazioni serbo, il quale sostiene che l’affare Telekom è stato “un caso di corruzione internazionale” ed il contratto segreto lo dimostra; poi si chiedono: “bastano 4 bonifici per associare come fa Tadic le responsabilità politiche di Douglas Hurd e Lamberto Dini alla gimcana finanziaria di 31.574.370 marchi tedeschi?” (1)
Nella proposta di legge che istituisce la commissione parlamentare d’inchiesta si leggono anche altre affermazioni di Tadic, fra cui una secondo la quale "le trattative furono a tal punto nascoste agli occhi dell'opinione pubblica che perfino oggi facciamo fatica a recuperare informazioni sui momenti chiave della vicenda", ma anche che: "Milosevic utilizzo’ il denaro incassato con Telecom per mantenere la pace sociale. E lo spese fino all'ultima moneta. Oggi nelle nostre casse non è rimasto un solo marco del miliardo e 568 milioni di marchi incassati allora (circa 1.568 miliardi di lire)" (5), mentre la stessa coppia di giornalisti (Bonini e D’Avanzo) che ha dato il via allo scandalo, in un altro e più recente articolo afferma con certezza che di quei soldi in Serbia è rimasto veramente poco (6).

Altre domande senza risposta, ed altri personaggi, emergono dalla relazione dei sindaci di Telecom Italia in una analisi sulla vicenda che gli stessi hanno effettuato in collaborazione con la società di revisione contabile Price Waterhouse.
Il rapporto afferma che inizialmente l’accordo doveva riguardare il 49 % di telekom serbia, ma poi si fermerà al 29 % e i greci dell’OTE verranno associati all’ultimo minuto, facendo un affare peggiore del nostro.
Il contratto non fu siglato direttamente da Telecom Italia o da STET ma da una controllata della holding italiana STET, vale a dire la finanziaria STET International Nederland che un mese dopo si fuse con la casa madre italiana. L’affare non decollava perché i serbi non avevano alcuna intenzione di trattare anche con i greci, ma fu grazie all’intervento di un mediatore, noto solo con lo pseudonimo di “signor A” che la transazione si sblocco’. Per questo il “signor A” venne gratificato di una provvigione pari a 2,7 milioni di marchi. La relazione dei sindaci conferma anche il passaggio delle cifre indicate da Repubblica dai conti EPB al conto fiduciario destinatario dei soldi, cioè quello intestato alla filiale di Cipro (noto paradiso fiscale) dell’istituto serbo Beogradska bank sempre presso la EPB. Inizialmente sembra che i soldi sarebbero dovuti transitare presso la UBS (Unione Banche Svizzere) ma poi furono i serbi a scegliere questa procedura.
La stessa relazione conferma anche i passaggi di denaro evidenziati dai giornalisti di Repubblica sui conti della Natwest security Limited e della Weil Gotshal & Manges, rispettivamente presso Paribas di Francoforte e Barclays di Londra. Tali passaggi furono indicati come spettanze per la consulenza anche se le due societa’ erano consulenti serbe, anziché italiane.(7)
La procedura non è usuale (come recita il rapporto dei sindaci)
, ma a noi non pare troppo scorretta: i soldi per il pagamento delle consulenze sono stati decurtati dalle spettanze della PTT e quindi di fatto sono stati i serbi che hanno pagato i loro consulenti.

Se non fosse per la frase di Milosevic su quei mafiosi degli italiani, il mistero non esisterebbe neanche…

Sospetto è anche il fatto che una società macedone, la Mak environment, lavori per 16 mesi come consulente all’acquisizione serba per conto di Telecom Italia. E che solo il 5 giugno, cioè nell’imminenza del closing, questo rapporto sia stato formalizzato da un contratto. Tutto cio' «non rispecchia le procedure in essere presso il gruppo all’epoca dei fatti esaminati», sottolinea il collegio sindacale. La Mak incasso’ l’equivalente di 30 miliardi di lire per la sua opera e niente fa pensare che il corrispettivo «abbia avuto destinatari diversi dal percettore previsto dai contratti», concludono i sindaci. (7)

La legge 21 maggio 2002, n. 99 istituisce una commissione parlamentare d’inchiesta su tutta la vicenda, presidente Enzo Trantino (AN) e vice presidenti Enrico Nan (FI), Guido Calvi (DS) e Cesare Rizzi (Lega Nord Padania), con il compito di far luce sui misteri dell’affare.
La commissione avrebbe parecchie domande cui rispondere, per esempio: Dini, Ciampi e Prodi potevano essere all’oscuro dell’operazione? Fu effettivamente una tangente o i pagamenti sui conti Paribas e Barclays furono effettivamente i corrispettivi delle consulenze, anticipati irritualmente dal compratore perché il venditore era completamente privo di liquidita’? Se fu tangente chi è il corruttore e chi sono i corrotti?I soldi servirono veramente per sterminare gli abitanti del Kossovo? Altrimenti quale fu la loro destinazione finale? Chi è il signor A? Che c’entra la Mak environment? Bastano 4 bonifici per parlare di tangente a Dini? Quali sono le complicita’ e le responsabilita’ del governo di centrosinistra dell’epoca?

Vedremo se la commissione ha risposto e sta rispondendo o piuttosto se non si stia occupando di tutt’altro, nel prossimo articolo.


Le nostre fonti:

(1)www.repubblica.it/online/mondo/telekomserbia/telekomserbia/telekomserbia.html
(2) www.lospettro.it/pagina725.htm
(3) www.gustavoselva.it/dossier-telekom-serbia/telekom_serbia.htm
(4) www.nicolosy.it/Verita_Nascoste/Telekom-Serbia.html
(5) www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stampati/sk8000/relazion/7686.htm
(6) www.archiviostampa.it/art.asp?art_id=2408
(7) www.cellularmania.kataweb.it/rassegna/archivio/giugno2001/13_09.shtm