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   Saturday, August 09, 2003
Riscriviamo la storia

Bello avere un’edicola in una località di mare, soprattutto perchè nel primo pomeriggio, quando sono in circolazione solo i fanatici più oltranzisti della passeggiata, puoi goderti la lettura dei quotidiani.
Peccato che ogni medaglia abbia il suo rovescio e quindi nel momento in cui puoi permetterti di dedicare un po’ del tempo alla lettura restano sul banco solo i quotidiani della famiglia di Arcore.
Il piacere diventa quindi raffinata tortura: per lasciar trascorrere due ore che spesso sembrano non passare mai sei costretto a leggere mucchi di sciocchezze e di pregiudizi spacciati per verità rivelatrici e dogmi assoluti che non reggono ad una minima analisi ed alla semplice verifica della realtà dei fatti.
Ovviamente sarebbe necessario che ci fosse chi ha voglia di verificarli questi fatti, ma il buonsenso pare merce assai rara di questi tempi.

Per questo motivo giorni addietro il politologo (parola grossa questa) Baget Bozzo, nell’infuriare della polemica politica sulle famose domande rivolte al nostro presidente del consiglio dal settimanale inglese “The Economist” si è permesso di mandare gli inglesi, come ha detto lui, a studiare un po’ di storia d’Italia in quanto non avevano capito che tutte le manovre compiute da Berlusconi erano storicamente indispensabili in un ‘Italia fratturata fra l’asse Craxi-Andreotti-Forlani da una parte e quello De Mita-Comunisti-La Repubblica dall’altra; all’interno della quale il nostro si era inserito come elemento di rottura cavalcando con la lotta per il maggioritario (una delle sue prime molteplici vittorie scriveva il prete intenditore di politica) la richiesta di nuovo che veniva allora dalla società civile, fino a emergere come unico protagonista di spessore della politica italiana.
Nella furia di spargere incenso all’interno della parrocchia Berlusconi pare che il nostro abbia dimenticato un paio di dettagli significativi: il primo è che non è stata certo la discesa in campo del miliardario a modificare gli equilibri, quanto il fatto che parecchi politici appartenenti al primo asse si siano fatti beccare con le mani nella marmellata delle tangenti; il secondo è che il miliardario medesimo all’epoca mise assai volentieri le proprie televisioni a disposizione del vero sconfitto di quella stagione, Bettino Craxi, quando questi conio' lo slogan “Andate al mare” per invitare gli italiani all’astensione nel referendum che avrebbe trasformato il sistema elettorale italiano. Già che ci siamo il noto politologo dovrebbe anche spiegarci come si concilia tutta la lotta per il nuovo con le pulsioni costanti, alimentate dallo stesso Berlusconi, per un ritorno al proporzionale e le sue continue affermazioni sul fatto che egli è, da sempre, un proporzionalista convinto, ma forse questo è chiedere troppo a una parte che ha fatto della disinvolta manipolazione della realtà e delle notizie un cavallo vincente in tutti questi anni.

Siamo quindi alla cronaca recentissima, che fornisce abbondante materiale di polemica grazie alla pubblicazione delle motivazioni della sentenza avverso Cesare Previti. A niente vale in questo caso che i giudici si siano affannati a scrivere, nel lungo fascicolo, che la sentenza non è assolutamente politica risultando fra i coimputati un solo uomo politico che all’epoca dei fatti contestati neanche era iscritto ad un partito. La furia dei corifei e dei caudatari si scaglia violenta sui giudici accusandoli di aver scritto la sentenza prima ancora che il processo sia terminato.
Guarda caso la stessa accusa che i giudici sono convinti di aver provato nei confronti dell’imputato Metta e la stessa accusa che potremmo ribaltare tranquillamente su due commentatori de Il Giornale, nella fattispecie Guzzanti (fondo del 7 agosto) e Scarpino (fondo dell’8 agosto) i quali sembrano proprio aver scritto i loro articoli senza aver neanche letto le pagine della motivazione.
La fulgida prosa del Guzzanti infatti si sbilancia a definire i giudici come parenti stretti dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria e, già che ci siamo, attacca anche la sinistra italiana che si comporta come i galli di Renzo e si becca vicendevolmente mentre il Paese scivola verso una dittatura della magistratura in cui i diritti dei cittadini, che più di ogni altra cosa dovrebbero stare a cuore dei partiti progressisti, vengono miseramente calpestati.
Oltre al fatto che il parlamentare Guzzanti ha letto un capitolo dei Promessi Sposi nient’altro ci rimane di quest’articolo. In 572 pagine il padre di due comici di razza quali Corrado e Sabrina non ha trovato uno straccio di prova di quanto afferma: non un solo capoverso scritto male o una frase aggredibile in punta di diritto; niente di niente. Troppo poco se vogliamo criticare dei giudici, abbastanza per concludere che la lettura di quasi seicento pagine era uno sforzo eccessivo da richiedere ad un militante travestito da giornalista.
Affidarsi alla retorica, tra l’altro presa a prestito da uno scrittore dell’ottocento, non basta per mandare assolto un imputato in appello, anche se lo scopo del fondo di Guzzanti non è certo quello di fornire materiale alla difesa degli avvocati e dei giudici romani quanto piuttosto di alzare il polverone per continuare a convincere le teste più pigre degli italiani in vacanza che è proprio vero quello che ci racconta il miliardario, cioè che i giudici perseguono altre finalità che non sono quelle di giudicare.

Quali siano queste altre finalità ce lo spiega Scarpino nel fondo dell’8 agosto, infelice già fin dalla scelta del titolo (“Orgoglio e pregiudizio” a ricordare un triste libello della Fallaci di cui buona parte dell’Italia avrebbe fatto volentieri a meno): i giudici si pongono come scopo quello di riscrivere la storia! La prova? Il fatto che affermino, senza averne titolo alcuno, che si tratta di una “corruzione gigantesca” anzi di una “delle più grandi d’Italia”.
Peccato che le parole siano parafrasate da quanto ha affermato proprio Cesare Previti:” Si parla di corruzione che non ha l’ eguale nella storia d’ Italia e forse del mondo “ ( cosi Cesare Previti , interr. al Pubblico Ministero del 23-9-1997 acquisito alla udienza del 29-7-02) ” (Motivazioni della sentenza, pag. 2).

Il punto pero' non è questo: cio' che da veramente fastidio al commentatore de Il Giornale è il fatto che il diritto di riscrivere la Storia se lo siano riservato “mediocri personaggi a stento vincitori di un misero pubblico concorso” e questo è assurdo, secondo il pensiero illuminato di Scarpino.
Facile sarebbe chiedere quali siano i titoli che ha per riscrivere la Storia tale Gianni Baget Bozzo, tanto per dirne una, ma non si risolverebbe cosi un problema che è di portata più vasta.
La tesi propugnata da Scarpino infatti, come da tutti quelli che abitano nella Casa delle Libertà è evidente ed allo stesso tempo pericolosissima: chi ha vinto le elezioni è legittimato a far tutto e le cariche che ricopre sono superiori a tutte quelle che non siano espressione della volontà popolare manifestata tramite elezioni. Percio' anche gli atti delinquenziali compiuti prima ancora che Forza Italia esistesse nella mente del suo ideatore sono da considerare lavati e puliti dalla vittoria elettorale.
Questi signori sono infatti convinti che aver vinto un’elezione politica, in cui fra l’altro non hanno goduto di percentuali plebiscitarie, gli dia praticamente il diritto di fare i propri porci comodi fino a dominare sulla Cosa Pubblica ed indirizzare anche i meccanismi che la democrazia stessa ha creato a propria tutela.
La vittoria in una consultazione elettorale diventa investitura e mandato ad agire da monarca assoluto e non già a legiferare in nome e per conto del popolo sovrano che rimane, è bene ricordarlo, titolare del potere politico.
Prima che sia troppo tardi qualcuno, se non è troppo addormentato dal caldo, farebbe bene a richiamare alla mente di questi signori che in un paese democratico ogni cinque anni esiste una verifica popolare, sotto forma di nuove elezioni e percio' il divino miliardario, se anche fosse un Dio, non è che un Dio pro-tempore e non a vita.
A meno che non si avverino le fosche previsioni del filosofo inglese Bertrand Russell che, criticando Rosseau ed il suo concetto di volontà popolare (che è lo stesso che ispira oggi il centrodestra), cosi scrisse: “Pericoloso e foriero di dittature è questo concetto della volontà popolare cosi simile ad una divinità. Chi si ritenesse investito da un potere cosi forte, che mescola popolo e Dio, come potrebbe dopo qualche anno sottomettersi di nuovo ad uno strumento cosi frivolo quale un’urna elettorale?”.

Far finta, dopo quanto leggiamo in questi giorni, che questo sia un rischio che l’Italia (che ha in mente il miliardario di Arcore) non corre è pura ipocrisia!