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   Friday, September 05, 2003
L'affare Telekom Serbia (2)

Con L. 21 maggio 2002, n.99 viene finalmente istituita la commissione d’inchiesta sull’affare telekom serbia. La legge istitutiva (5 e links collegati) è gia’ molto istruttiva, a cominciare dalla relazione di presentazione della proposta di legge, di cui consigliamo caldamente la lettura.
Le domande a cui la commissione dovrebbe rispondere sono molto semplici.
Se ci fu tangente ed in questo caso chi prese i soldi.
Se il governo Prodi fu informato ed ha taciuto oppure non è stato informato e quindi di chi è la responsabilita’. (Ma di questa domanda nell’atto istitutivo non c’è traccia: l’attuale maggioranza ha dato per scontato che il governo sapesse)
Quale è stato il peso economico dell’operazione ed il danno causato allo Stato.

Purtroppo la commissione molto spesso da l’impressione di operare non con lo scopo di accertare la verita’, ma di piegare i testimoni a confermare la tesi, gia’ precostituita, delle responsabilita’ politiche (quando non penali) dell’allora governo di centrosinistra. Esemplare questo passaggio in cui Selva, dopo un estenuante audizione di Aloia, allora presidente di Stet International, cerca di travisare quanto ha risposto fino ad allora il teste in modo da far verbalizzare qualcosa che non esiste:
GUSTAVO SELVA. Questo aggrava la posizione del conte Vitali. Le decisioni vengono prese, le responsabilita’ politiche finanziarie vengono assunte da tre rappresentanti del Ministero del tesoro...
ANTONINO ALOIA. Scusi, dal consiglio di amministrazione di Telecom in cui ci sono tre rappresentanti...
(13) (In effetti poi si accertera’ che questa accettazione di Telecom è solo una supposizione del teste e la presunzione di conoscenza dei tre consiglieri è una smarronata di Selva; l’acquirente fu la STET International Nederlands, per conto della casa madre STET, nel cui consiglio di amministrazione sedeva un solo rappresentante del ministero del Tesoro, Lucio Izzo).
Poi ci si meraviglia del fatto che la verita’ non è ancora venuta alla luce…

Sul primo punto la commissione è ancora ampiamente in alto mare: nonostante Gustavo Selva affermi testualmente nel suo dossier che l’operazione comporto’ anche una cinquantina di miliardi di tangenti finiti nelle mani di alcuni intermediari conosciuti e di altri misteriosi di cui si sono perse le tracce (3) niente e nessuno è riuscito a provare che i 32 miliardi sui conti Paribas e Barclays e le commissioni pagate alla consulente Mak Environment siano in realta’ finite a soggetti diversi da quelli indicati nei bonifici originari. Anche le rogatorie effettuate sui conti dal Giudice istruttore di Torino, Maddalena, che segue l’inchiesta penale, sarebbero finite in una bolla di sapone, tanto che ci si apprestava a chiedere l’archiviazione per insussistenza del reato prima che saltasse fuori il super testimone Igor Marini.

Per quanto riguarda il secondo punto le smentite sono numerose: l’allora ministro degli esteri Lamberto Dini, il primo a finire sul banco degli accusati dall’inchiesta di Repubblica (1) ha piu’ volte smentito anche in Parlamento di aver ricevuto qualunque informazione sulla vicenda, che gli venne segnalata solo dalle rassegne stampa di due giornali serbi (passim, ma si veda 3 e 5).
All’indomani dell’inchiesta di Repubblica lo stesso Tommasi di Vignano ha confermato al quotidiano che non ha mai parlato con il Ministro degli Esteri, Lamberto Dini.(8)
In conclusione tutto cio’ che la commissione parlamentare è riuscita a dimostrare, ad oggi, è che la Farnesina era a conoscenza di una trattativa fra la STET e il governo serbo, trattativa sconsigliata dall’ambasciatore Bascone, e che tale trattativa era considerata dallo stesso ministero come una pura operazione commerciale, nella quale non interferire.
Molto istruttivo a tal proposito il verbale della deposizione di Federico Di Roberto, all’epoca Direttore della direzione generale affari economici del Ministero degli affari esteri, il quale afferma che tutte le comunicazioni in proposito furono ricevute dal suo ufficio e che lui stesso, verificando che non erano in contrasto con la linea politica del ministero in quel periodo, non trasmise gli atti, dato che non era obbligato a farlo e che essi non erano cosi importanti come oggi ci si affanna a far credere. (13)
Ecco quanto dichiara in proposito Sannino (Consigliere del Presidente della Commissione europea, gia’ capo della segreteria del sottosegretario per gli affari esteri pro tempore Piero Fassino) il Ministero degli esteri in una sua comunicazione - che credo sia anche agli atti della Commissione - aveva indicato all'ambasciatore Bascone di sottolineare anche all'opposizione (intende l’opposizione serba) che si trattava di una iniziativa di carattere sostanzialmente commerciale, nella quale il Governo, o perlomeno il ministero - parlo per la parte che mi riguarda - non si sentiva coinvolto. Il ministero, ripeto, non riteneva di dover intervenire direttamente e guardava all'operazione come un'operazione di carattere sostanzialmente commerciale. (13)


Non stupisce comunque l’accanimento con cui gli inquirenti parlamentari cerchino di dimostrare ad ogni costo che Prodi, Dini e Fassino fossero al corrente di tutto: la tesi è che la STET stava conducendo una trattativa con un governo ostile e nemico, percio’ si deve ad ogni costo dimostrare che, se anche non vi furono tangenti, l’affare è stato un autentico infortunio per i principali avversari del premier alle prossime elezioni politiche. Peccato che, come ripete piu’ volte il presidente Trantino richiamando gli indisciplinati colleghi: “La linea politica del Ministero degli affari esteri dell’epoca non è e non puo’ essere oggetto di valutazioni da parte di questa commissione” (13) il che evidentemente lega le mani ai tentativi dei piu’ facinorosi della commissione (Consolo, Selva e Taormina).
Il sottosegretario agli esteri con delega ai Balcani dell’epoca, attuale segretario DS, Fassino smentisce comunque anche la ricostruzione parziale di questo scenario di politica estera in una intervista rilasciata a Massimo Giannini e pubblicata su Repubblica del 1 settembre 2003. ”Provino a ricordare in quale contesto maturo’ quell’operazione. Tutto avvenne sulla scia degli accordi di pace di Dayton, quando gli Stati Uniti e l'Unione europea, dopo cinque anni di bagno di sangue nei Balcani, decisero insieme di scommettere sulla pace e di aiutare quel processo, che vedeva coinvolti insieme i serbi e i croati. Si decise allora di togliere l'embargo e le sanzioni, si introdusse il Sistema agevolato degli scambi, si invitarono le imprese occidentali ad andare nella ex Jugoslavia. Lo fece anche la Stet, che per operazioni quel tipo non aveva alcun obbligo a riferire al governo, essendo tra l'altro un'azienda gia’ parzialmente privatizzata. E allora, che colpa ha il governo, se pochi anni dopo quella scommessa della comunita’ internazionale falli’, e riesplose la guerra nel Kosovo? Chi poteva prevedere uno sviluppo cosi negativo della questione balcanica? (9)
Di questo quadro geopolitico la commissione è pienamente al corrente, in quanto ne parla Sannino (verbale stenografico della commissione; 13) in una sua audizione, usando quasi le stesse parole del sottosegretario.
Esponenti della maggioranza travisano anche le deposizioni dei testimoni: Consolo di AN riferisce correttamente a piu’ riprese che Sannino aveva parlato dell’intenzione di Fassino di informare Dini delle lettere dell’ambasciatore Bascone (13) ma sulla base di queste il 27 agosto arriva ad affermare che addirittura Palazzo Chigi aveva voluto l’affare, ricevendo secca smentita (ANSA ripresa da yahoo news, 11).

Poiché quanto affermato dall’ex sottosegretario agli Esteri è perfettamente a conoscenza di tutta la coalizione di centrodestra, che pure ha i suoi scheletri nell’armadio (immaginiamo il disastro degli investimenti in Iran, citati da Fassino nello stesso articolo, se il regime degli ayatollah dovesse cadere) la strategia deve obbligatoriamente spostarsi sul ministro del Tesoro. La mossa è forzata se si vuole coinvolgere Prodi nell’affare, ma cosi facendo non si puo’ evitare di mettere sotto accusa il Ministro del Tesoro dell’epoca, che attualmente occupa la piu’ alta carica dello Stato. Fanno percio’ sorridere, dopo i proclami sulle dimissioni dei responsabili lanciati dal portavoce di FI Bondi, i tentativi di lasciare Ciampi fuori dalla questione: se Prodi è colpevole il Tesoro è il tramite fra STET e Governo, percio’ il ministro del Tesoro è parimenti responsabile.
Si assiste allora al pellegrinaggio in commissione di vari personaggi, tutti interpellati con uno ed un solo scopo: dimostrare che il tesoro, e quindi Prodi, doveva sapere. Fra tutti Biagio Agnes, che dichiara testualmente: “L’IRI e il Governo non potevano non sapere”. Peccato che anche il testimone Agnes non sia proprio come la moglie di Cesare, cioè al di sopra di ogni sospetto: aveva dei sassolini da togliersi dalle scarpe, sassolini che Prodi gli ha rifilato anni prima quando lo costrinse a dimettersi dalla presidenza STET perchè troppo tiepido con la privatizzazione (10). In compenso Draghi informera’ la commissione che il Tesoro non aveva neanche un incaricato nel CdA Telecom e quindi nessuno lo aveva informato (Il Giornale, 31 agosto 2003).

Anche le responsabilita’ del Tesoro vengono comunque alleggerite fino a diventare inesistenti da Guido Rossi, all’epoca presidente di STET. Nella deposizione resa da Rossi si evidenzia efficacemente il meccanismo della catena di comando ed i poteri “effettivi” dei membri del CdA nominati dal Tesoro. Chi comandava in STET e Telecom era l’amministratore delegato Tommasi di Vignano, in forza appunto delle deleghe che gli erano state conferite e che lo rendevano plenipotenziario, in pratica libero di agire come riteneva opportuno. Quando Tommasi ci informo’ che l’operazione Telekom-Serbia, inserita in un ordine del giorno alla voce “varie ed eventuali”, si sarebbe conclusa positivamente il giorno dopo, apparve evidente a tutti che si parlava di un affare le cui linee guida erano state gia’ discusse ed approvate in un precedente CdA, del quale ne io ne Izzo (rappresentante del Tesoro nel CdA STET all’epoca dei fatti) facevamo ancora parte. Percio’ Izzo non ritenne opportuno protestare, e neanche informare il Tesoro, in quanto si trattava semplicemente della presa d’atto della conclusione positiva di un’operazione iniziata in altro periodo. Quella fu l'unica volta in cui si parlo' dell'affare in un CdA STET da quando io e Izzo ne facevamo parte. E comunque le deleghe di Tommasi erano tali che non aveva bisogno neanche di riferire in CdA, e neanche della sua autorizzazione. Puo’ non piacere che una sola persona abbia simili poteri in un’azienda che maneggia i soldi pubblici, ma cosi andavano le cose nelle partecipazioni statali allora: anzi questo è uno dei motivi per cui le privatizzazioni di tali aziende sono state cosi difficoltose (estratto delle dichiarazioni di Guido Rossi alla commissione; il testo integrale si trova in 13)

Un testimone pronto a giurare che Prodi, Dini e Fassino sapevano tutto ci sarebbe: è l’avvocato, o meglio il faccendiere, Di Stefano. Peccato che il presidente della commissione, Trantino, che forse aveva ancora la testa sulle spalle, si rende conto di aver a che fare con un personaggio poco raccomandabile e decide di non avvalersi della sua collaborazione (2).
Forse pero’ i motivi che spingono Trantino a non ascoltare Di Stefano sono altri: l’avvocato afferma testualmente che non ci fu tangente per Prodi, Dini e gli altri (2 e anche Il Giornale del 29 agosto 2003) e coinvolgerlo quando alcuni truffatori affermano che i beneficiari della tangente furono Prodi, Dini e Fassino o nel momento in cui Marini sta facendo i nomi di tutti gli esponenti del centrosinistra come corrotti non è politicamente opportuno.

Proprio in quel periodo infatti la commissione è alle prese con uno dei tanti testimoni da baraccone: si tratta di Vincenzo Zagami.
Zagami è stato scovato da un altro fenomeno insieme politico e giornalistico, il senatore Paolo Guzzanti, presidente della commissione Mithrokin. Nel corso di lunghi e costosi viaggi all’estero a spese del contribuente italiano svolti nel tentativo di dimostrare che i comunisti italiani erano tutti spie dell’Unione Sovietica Guzzanti, in assenza di riscontri positivi per la sua commissione, si occupa di altro: entra in contatto con Zagami, ne pubblica un’intervista su Il Giornale e poi invia la documentazione alla commissione d’inchiesta. Zagami racconta di essere colui che porto’ il denaro nei sacchi di juta, ma prima di consegnarlo a Slobo ne sottrasse un bel pacco per consegnarlo agli italiani. Peccato che la circostanza dei sacchi di juta sia stata smentita dal “rapporto Torkildsen” (pubblico, fra l’altro; un estratto si trova in 15) e che Zagami sia rinchiuso in un carcere francese dove dovra’ scontare una condanna per truffa (14)
Adesso che Zagami si è rivelato l’ennesima patacca (in un’intervista a Repubblica sara’ lo stesso presidente Trantino a dichiarare di averlo voluto personalmente depennare ; 2; ma il 9 ottobre 2002 aveva chiesto la secretazione della lettera di Guzzanti contenente la dichiarazione; 16; salvo poi dopo una sola settimana renderla pubblica; 17) e che la credibilita’ del super testimone Marini sembra vacillare il Di Stefano torna in auge e la commissione si dichiara pronta ad interrogarlo. Ma che bel modo di condurre un’indagine!

Tutto l’affannarsi della maggioranza appare vano: se non si dimostra il coinvolgimento del governo, visto che non si è potuta provare la tangente, non lo si potra’ neanche accusare di aver danneggiato l’Italia sotto il profilo dell’immagine e quindi la commissione d’inchiesta si sara’ rivelata inutile.
Rimane anche da domandarsi in quale modo il teorema “non potevano non sapere” abbia qualche efficacia per la condanna politica del centrosinistra. Ricordiamo che all’epoca dell’avviso di garanzia a Berlusconi per lo scandalo delle tangenti alla Guardia di Finanza i magistrati che sostenevano questo teorema furono letteralmente messi in croce dalla Casa delle Liberta’ al completo. Adesso il centrodestra vorrebbe usare lo stesso teorema per condannare il centrosinistra. Evidentemente i tempi cambiano, solo le facce toste restano sempre le stesse.

Per la verita’ un buon risultato la commissione parlamentare lo ha ottenuto, non si sa se grazie alle audizioni dei PM (segrete per ovvio motivo, le indagini sono ancora in corso) o per effetto della propria attivita’: l’identificazione del signor A (v. prima parte dell'inchiesta). Si tratta del sedicente Conte Carlo Vitali, citato nell’audizione del presidente di STET International Aloia. Il teste afferma che, all’epoca in cui dell’affare si occupava ancora la STET International, il Vitali si presento’ da lui vantandosi di essere intimo di Milosevic, tanto da andare a cavallo col presidente serbo e facendo presente che senza un intervento esterno l’affare non si sarebbe mai chiuso (13). Aloia lo liquida e per effetto di queste affermazioni la STET International si ritira dall’affare, che viene preso in mano e gestito direttamente da Tommasi. Pare provato che il conte ricevette i famosi 2,7 milioni di marchi citati nel rapporto dei sindaci revisori Telecom in qualita’ di “mediatore”(7). (Una figura usuale, secondo il Sen. Cossiga, gia’ presidente della Repubblica; 13)

A consentire un nuovo colpo d’ala è la vendita della partecipazione in Telekom Serbia da parte di Telecom Italia, cioè la vendita della pietra dello scandalo: l’annuncio è del 28 dicembre (12) e porta nuova acqua al mulino delle responsabilita’ e fornisce ossigeno alle asfittiche trombe della condanna politica per il centrosinistra.
L’operazione si chiude infatti con una perdita, stimata dagli esperti, di 886 miliardi per Telecom Italia (18).
Tutta colpa del centrosinistra? A nostro avviso la responsabilita’ prevalente è dell’amministratore delegato Tommasi di Vignano, ma la realta’ è ben diversa da quanto sembra: gli acquisti esteri delle societa’ di telecomunicazione all’epoca erano considerati obbligatori se si voleva competere sul mercato, come conferma la deposizione dell’ex dirigente Telecom Francesco De Leo: c’erano attese di creazione di valore diverse ed in buona fede molti probabilmente pensavano che quei valori potessero poi tradursi in creazione reale per gli azionisti. Da questo punto di vista, sono due momenti storici diversi del settore delle telecomunicazioni e credo che cio’ si ritrovi anche nella storia di tutti i giorni, nelle pagine dei giornali. Ieri Steve Case ha dato le dimissioni da chairman di American on line perché sono stati distrutti 200 miliardi di euro di valore. Credo che Telecom Italia sia oggi ancora una di quelle realta’ che, se vogliamo, ha perso meno rispetto a quelli che sono i comparable presenti sui mercati . (13) Quindi aspettative diverse e percio’ prezzi di vendita e di acquisto non propriamente commensurabili.
L’affermazione di De Leo, sulla ottima capacita’ di contenimento delle perdite, dovrebbe mettere la parola fine a questa querelle, ma vale la pena valutare ancora di piu’ quanto la cifra di 886 miliardi, sensazionale ed elevata per chi è abituato a campare con 800 euro mensili, sia in realta’ una piccola goccia nel mare della contabilita’ di aziende della dimensione di Telecom Italia. Durante il periodo della gestione Tommasi Telecom investira’ in “partecipate” (aziende in cui il possesso delle azioni non prevedeva la partecipazione alla formazione delle decisioni) 10800 miliardi, che rappresentano il 35% del totale degli investimenti per acquisizioni all’estero del gruppo Telecom (13, audizioni di Aloia e De Leo). L’ammontare di quegli investimenti era percio’ dell’ordine di 30.500 miliardi di vecchie lire. La percentuale del danno subito appare troppo irrisoria per definire “una tragedia” come fa il sito di “berlusconifanclub” (18) l’intera operazione.

Crediamo invece piuttosto che sia piu’ lecito concordare con la chiusura della nota stampa di Broadcast & video (10) la quale afferma senza mezzi termini “E gli onorevoli membri della commissione ogni giorno discutono di aria fritta.”

Sembrano “aria fritta” anche le esplosive testimonianze del faccendiere Igor Marini, delle quali ci occuperemo nella prossima puntata.

Le nostre fonti:

(1) http://www.repubblica.it/online/mondo/telekomserbia/telekomserbia/telekomserbia.html
(2) http://www.lospettro.it/pagina725.htm
(3) http://www.gustavoselva.it/dossier-telekom-serbia/telekom_serbia.htm
(4) http://www.nicolosy.it/Verita_Nascoste/Telekom-Serbia.html
(5) http://www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stampati/sk8000/relazion/7686.htm
(6) http://www.archiviostampa.it/art.asp?art_id=2408
(7) http://www.cellularmania.kataweb.it/rassegna/archivio/giugno2001/13_09.shtm
(8)http://www.repubblica.it/online/mondo/serbiatangenti/reazioni/reazioni.html
(9) http://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/politica/telekomserbia/retroscena/retroscena.html
(10)http://bv.diesis.it/221/bev.htm
(11)http://it.news.yahoo.com/030827/2/2f6s8.html
(12)http://it.news.yahoo.com/021230/90/22p5l.html
(13)http://www.camera.it/_bicamerali/nochiosco.asp?pagina=/_bicamerali/leg14/telecom/home.htm
(14)http://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/politica/telekomserbia/davanzo1/davanzo1.html
(15)http://www.repubblica.it/online/politica/telekomserbia/new/new.html
(16)http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/bollet/200210/1009/pdf/55.pdf
(17)http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/bollet/200210/1016/pdf/55.pdf
(18)http://www.silvioberlusconifansclub.org/main.asp?IDR=26







   Monday, September 01, 2003
L’affare Telekom-Serbia

In questi giorni le cronache dei giornali sono occupate dall’affare Telekom-Serbia (visto che è improprio chiamarlo “tangente” dato che il passaggio di soldi e tangenti è ancora tutto da dimostrare) ed anche noi di Mafiusconi abbiano deciso di occuparcene, per almeno due buoni motivi.
Il primo è che vista la grande mole di notizie, vere o false, che si rincorrono continuamente, esiste il rischio di perdere la bussola e quindi ogni fiero avversario del premier e della sua massa di accoliti è necessario che abbia le informazioni per controbattere le insinuazioni degli avversari.
Il secondo è che gli accoliti medesimi non si sono risparmiati nel far credere (almeno a giudicare dalle informazioni in nostro possesso) che esistono misteri, comportamenti e altro, tali da determinare addirittura l’arresto degli avversari politici.

Ci siamo adoperati con tutte le nostre forze alla ricerca di questi elementi e delle prove a carico degli esponenti del centrosinistra, ma quanto abbiamo trovato non corrisponde certo con quanto ci vogliono far credere.

Vi proponiamo percio' il nostro oneroso lavoro di ricerca, certi che ognuno possa capire quanto la verita’ (“mai semplice” secondo Oscar Wilde) sia ben diversa da quella che ci viene rifilata da illustri esponenti delle commissioni parlamentari.
Poiché i riferimenti incrociati sono molteplici e la vicenda è piuttosto complessa non abbiamo potuto fare quello che ci eravamo proposti, cioè riportare in sedi diverse quanto è documentato da quelle che sono le nostre deduzioni ed impressioni. Troverete percio’ tutto inserito all’interno degli stessi articoli, con l’avvertenza che il corsivo è documentato (e riportiamo anche la fonte) mentre quanto scritto in caratteri tradizionali è da considerarsi “farina del nostro sacco”.

Data l’impressionante mole di materiale la nostra inchiesta è divisa in tre parti: nella prima, che trovate qui di seguito, parleremo di come nasce l’affare Telecom-Serbia e di come vengono alla luce i sospetti su Dini e sul governo Prodi, nella seconda parleremo dell’opera della commissione d’inchiesta parlamentare prima che irrompesse sulla scena il grande accusatore Igor Marini, che sarà interamente protagonista della terza parte. Questi ultimi due articoli li leggerete nei prossimi giorni sempre su Mafiusconi.

L’affare Telekom Serbia (1)

Il 9 giugno 1997 Tomaso Tommasi di Vignano, all’epoca amministratore delegato della STET, firma un contratto che sancisce l’acquisizione del 29 % di Telekom Serbia da parte di Telecom Italia, al prezzo di 893 milioni di marchi. Il contratto pare atipico e, per richiesta esplicita di Telekom Serbia, viene “secretato” nelle sue parti piu’ importanti.
Contemporaneamente entra in telekom Serbia anche l’omologa greca di Telecom Italia, vale a dire la OTE, che acquisisce il 20% della compagnia telefonica serba.
(1)
L’affare non sembra poi cosi brutto, almeno inizialmente: l’Italia batte la concorrenza della Telekom tedesca e di Alcatel (2) e paga percentualmente la sua quota il 10% in meno di quanto spendono quelli di OTE, che vengono imbarcati nell’affare all’ultimo momento (1).
Gia’ a questo punto le fonti divergono: secondo La Repubblica, che ha fatto scoppiare il caso, i soldi vengono pagati in contanti e poi imballati in sacchi di juta per essere trasportati in Serbia, ma ognuna delle due parti si accorda per conto proprio (1); secondo Di Stefano, avvocato di Milosevic (che la commissione Telekom-Serbia ritiene dapprima inaffidabile, salvo poi fare retromarcia (2) ) i sacchi di juta non sono mai esistiti ed il pagamento non è stato effettuato in contanti (2); secondo Gustavo Selva, che allora sedeva sui banchi dell’opposizione, non solo i soldi furono pagati in contanti, ma fu l’Italia ad imbarcare i greci nell’avventura e ne anticipo’ addirittura il pagamento (3).

Comunque sia l’esposizione complessiva dell’Italia nell’affare è pari a poco meno di 893 milioni di marchi, cosi ripartiti: 701.770.000 da pagare entro 48 ore, 117.000.000 a sei mesi e 74.000.000 all’atto del rilascio della concessione per la telefonia mobile (che verranno versati nel marzo del 1998).
L’esposizione greca è pari a 624.000.000 di marchi(di cui 543.230.000 in contanti ed il resto a sei mesi), più altri 57 milioni, sempre di marchi, per la telefonia mobile (1). La mattina del 10 giugno gli incaricati della European Popular Bank (banca greca su cui sono depositati i capitali per l’acquisto), quelli di STET, di OTE e di PTT (la societa’ statale proprietaria di telekom Serbia) si trovano ad Atene dove perfezionano il passaggio del denaro dai conti della EPB alle dirette mani del funzionario PTT che torna in patria con 1.245.000 marchi in contanti, gli importi delle prime rate del pagamento (701.770.000 per STET, 543.230.000 per OTE). L’affare è concluso, ma la cifra raccolta dal funzionario, come vedremo, sara’ piu’ bassa di quella indicata. (1)

Anche se le trattative sono iniziate nel 1995 (all’epoca in cui amministratore delegato STET era Ernesto Pascale e quello della Telecom Francesco Chirichigno)
(1) nessuno o quasi nessuno ha mai avuto da ridire, anche perché nessuno o quasi era a conoscenza delle trattative e dei termini dell’accordo o ha dichiarato di esserlo.

Dall’interno dell’azienda l’unico a protestare fu il presidente STET, Guido Rossi, gia’ presidente CONSOB, gia’ senatore eletto come indipendente nelle file del PCI, gia’ liquidatore di Enimont, che aveva ricevuto da Prodi la presidenza STET con lo scopo di porre in atto proprio la privatizzazione di Telecom.
Le proteste di Rossi sono comunque piu’ formali che sostanziali, visto che Tommasi lo mette (insieme al resto del consiglio di amministrazione) a conoscenza della trattativa solo il giorno prima della firma e lo invita a recarsi a Belgrado per sottoscrivere l’accordo.
Rossi rifiuta e scrive al ministro del Tesoro dell’epoca, il futuro presidente della Repubblica Ciampi, per chiedere udienza e protestare, in quanto nonostante una fase di privatizzazione in atto il Tesoro era ancora titolare del pacchetto di controllo di STET.
Ciampi lo riceve ma di fronte alle sue proteste allarga sconsolato le braccia dicendo “Anch’io sono all’oscuro di tutto”. Va detto anche che Rossi all’epoca non fu reso partecipe neanche dell’accordo, sempre stilato da Tommasi, con l’AT&T.
(1)

L’altra eminente personalità che è a conoscenza dell’affare e manifesta perplessita’ è l’ambasciatore italiano in Jugoslavia, Francesco Bascone, che verrà poi rimosso dall’incarico (4), il quale scrive in un telegramma del 15 febbraio 1997 indirizzato al sottosegretario Fassino: “nell’ipotesi che un giorno l’opposizione vada al potere, l’investimento che oggi viene fatto in PTT della Serbia comporta per l’investitore estero un rischio finanziario oltre che politico” (3).
Un po’ poco per pensare che l’ambasciatore sia stato fermamente contrario, come adesso sostengono in molti invocando processi politici perché questa informativa è stata ignorata, e poco anche per sospettare che questo telegramma sia la motivazione per la sostituzione di Bascone con Sessa, come fa il giornalista Pergolini (4).
A onor del vero Gustavo Selva parla di “molti telegrammi e in particolare tre” ma riferisce solo di questo, che è ripreso anche da Il Giornale del 31 agosto 2003 (niente link, Il Giornale di Berlusconi non ha un sito Internet), altri invece parlano di 14 telegrammi (Il Giornale in diversi articoli, il deputato di FI Campa sul suo sito) ma la sostanza delle cose non cambia: se Gustavo Selva nel suo dossier cita per esteso solo questo, sicuramente questo è quello più funzionale. Valuteremo il valore che ha nella seconda parte della nostra inchiesta.

Sta di fatto che il paventato cambio di regime si verifica di li a poco: il 24 marzo 1999 parte l’operazione “forza determinata” organizzata dalla NATO e ad ottobre dello stesso anno il dittatore serbo è deposto.
Si avanza da piu’ parti, ma solo ora, il sospetto che la STET e la OTE abbiano finanziato con i milioni di marchi dell’affare telekom-serbia addirittura la campagna di pulizia etnica in Kossovo (passim, ma si veda in particolare ancora il sito di Gustavo Selva citato nella nota 3) ed il valore delle azioni nelle mani italiane e greche si deprezza miseramente.

La bomba scoppia definitivamente solo piu’ tardi, nel febbraio 2001 quando i giornalisti di Repubblica Bonini e D’Avanzo pubblicano una inchiesta in tre puntate sul presunto pagamento di tangenti nell’affare Telekom-serbia (si tratta di quella che potete leggere integralmente sul sito del quotidiano seguendo il link della nota 1).
In sintesi i giornalisti riferiscono di un colloquio, avvenuto la sera del 10 giugno a Belgrado in occasione della cena per i festeggiamenti della conclusione dell’affare presso il Palazzo della Presidenza della Repubblica Serba. A parlare sono il presidente serbo Milosevic ed il ministro per le privatizzazioni Milan Beko. Milosevic chiede a Beko perché “quei 32 milioni di marchi li dobbiamo pagare noi che siamo i più piccoli e i più poveri”. Beko gli risponde: “Presidente, è solo il 3 per cento! E’ abituale pagarlo in Occidente, e doveroso quando si fanno affari con gli italiani.” Slobo allora ridacchia: “Quei mafiosi…” (1)

Fin qui è un po’ poco per parlare di certezze di passaggio di denaro, ma la ricostruzione dei giornalisti di Repubblica continua, parla di un intervento nell’affare, che risultera’ poi decisivo, di Douglas Hurd, ex ministro degli esteri inglese e dipendente all’epoca dei fatti della Natwest security Ltd,in ottimi rapporti con Andreotti e Dini, come in ottimi rapporti con Andreotti era tale Maslovaric, ambasciatore serbo presso la Santa Sede ed anch’egli pare aver giocato un ruolo decisivo nella conclusione dell’affare.
Da parte serba i giornalisti italiani hanno intanto verificato un’eccessiva fretta di chiudere l’affare da parte di Milosevic, motivabile con il fatto che le riserve di valuta serba ammontavano ad appena 200 milioni di dollari. Il presidente serbo aveva tanta fretta che una fonte, rimasta non identificata, avrebbe parlato di un intervento diretto di Dini per far slittare la firma di una settimana evitando di farla coincidere con la visita in Serbia del segretario di Stato americano Madeleine Albright.
La prova maestra starebbe pero’ negli estratti conto della banca EPB che parlerebbero abbastanza chiaro: i 701.770.000 marchi accreditati il 9 giugno sul conto della European Popular Bank di Atene diventano 683.972.454 in valuta 10 giugno e sono prontamente accreditati su un conto designato dalla PTT. Stessa cosa succede tramite l’uomo della OTE: i soldi trasferiti dalla disponibilità del conto EPB intestato a OTE presso quello indicato da PTT non sono 543.000.000 bensi 529.453.176, anche questi con valuta 10 giugno. Leggenda vuole che il signor Beko li prelevi direttamente in contanti e li stipi in sacchi di juta per portarli a Slobo.
Questo invece è il motivo per cui il contratto non è stato reso pubblico: al suo interno vi erano anche le disposizioni per smistare il resto del denaro. La STET accredita 16.090.540 marchi tedeschi sul conto numero 6501680000 della Paribas, filiale di Francoforte, con valuta 11 giugno.
Il conto di corrispondenza è a favore di Natwest security Limited.
Il controvalore in sterline di 1.707.006 marchi viene invece depositato, valuta 12 giugno, su un conto della Barclays Bank di Londra ed è a favore della Weil Gotshal & Manges (studio legale che figura, insieme alla NatWest, fra i consulenti di parte serba).
Stessi conti, stesse date di valuta e importi diversi per i greci della OTE, che pagano rispettivamente 12.455.455 di marchi sul conto Paribas di Francoforte e il controvalore di 1.321.369 marchi in sterline sul conto Barclays.
La somma di questi importi è pari a 31.574.370 di marchi tedeschi, appena 425.630 in meno dell’approssimato conto di 32 milioni fatto dal presidente serbo
. (1)

I giornalisti di Repubblica in conclusione del loro meticoloso lavoro d’indagine citano anche un certo Tadic, che riteniamo sia Boris Tadic, ministro delle telecomunicazioni serbo, il quale sostiene che l’affare Telekom è stato “un caso di corruzione internazionale” ed il contratto segreto lo dimostra; poi si chiedono: “bastano 4 bonifici per associare come fa Tadic le responsabilità politiche di Douglas Hurd e Lamberto Dini alla gimcana finanziaria di 31.574.370 marchi tedeschi?” (1)
Nella proposta di legge che istituisce la commissione parlamentare d’inchiesta si leggono anche altre affermazioni di Tadic, fra cui una secondo la quale "le trattative furono a tal punto nascoste agli occhi dell'opinione pubblica che perfino oggi facciamo fatica a recuperare informazioni sui momenti chiave della vicenda", ma anche che: "Milosevic utilizzo’ il denaro incassato con Telecom per mantenere la pace sociale. E lo spese fino all'ultima moneta. Oggi nelle nostre casse non è rimasto un solo marco del miliardo e 568 milioni di marchi incassati allora (circa 1.568 miliardi di lire)" (5), mentre la stessa coppia di giornalisti (Bonini e D’Avanzo) che ha dato il via allo scandalo, in un altro e più recente articolo afferma con certezza che di quei soldi in Serbia è rimasto veramente poco (6).

Altre domande senza risposta, ed altri personaggi, emergono dalla relazione dei sindaci di Telecom Italia in una analisi sulla vicenda che gli stessi hanno effettuato in collaborazione con la società di revisione contabile Price Waterhouse.
Il rapporto afferma che inizialmente l’accordo doveva riguardare il 49 % di telekom serbia, ma poi si fermerà al 29 % e i greci dell’OTE verranno associati all’ultimo minuto, facendo un affare peggiore del nostro.
Il contratto non fu siglato direttamente da Telecom Italia o da STET ma da una controllata della holding italiana STET, vale a dire la finanziaria STET International Nederland che un mese dopo si fuse con la casa madre italiana. L’affare non decollava perché i serbi non avevano alcuna intenzione di trattare anche con i greci, ma fu grazie all’intervento di un mediatore, noto solo con lo pseudonimo di “signor A” che la transazione si sblocco’. Per questo il “signor A” venne gratificato di una provvigione pari a 2,7 milioni di marchi. La relazione dei sindaci conferma anche il passaggio delle cifre indicate da Repubblica dai conti EPB al conto fiduciario destinatario dei soldi, cioè quello intestato alla filiale di Cipro (noto paradiso fiscale) dell’istituto serbo Beogradska bank sempre presso la EPB. Inizialmente sembra che i soldi sarebbero dovuti transitare presso la UBS (Unione Banche Svizzere) ma poi furono i serbi a scegliere questa procedura.
La stessa relazione conferma anche i passaggi di denaro evidenziati dai giornalisti di Repubblica sui conti della Natwest security Limited e della Weil Gotshal & Manges, rispettivamente presso Paribas di Francoforte e Barclays di Londra. Tali passaggi furono indicati come spettanze per la consulenza anche se le due societa’ erano consulenti serbe, anziché italiane.(7)
La procedura non è usuale (come recita il rapporto dei sindaci)
, ma a noi non pare troppo scorretta: i soldi per il pagamento delle consulenze sono stati decurtati dalle spettanze della PTT e quindi di fatto sono stati i serbi che hanno pagato i loro consulenti.

Se non fosse per la frase di Milosevic su quei mafiosi degli italiani, il mistero non esisterebbe neanche…

Sospetto è anche il fatto che una società macedone, la Mak environment, lavori per 16 mesi come consulente all’acquisizione serba per conto di Telecom Italia. E che solo il 5 giugno, cioè nell’imminenza del closing, questo rapporto sia stato formalizzato da un contratto. Tutto cio' «non rispecchia le procedure in essere presso il gruppo all’epoca dei fatti esaminati», sottolinea il collegio sindacale. La Mak incasso’ l’equivalente di 30 miliardi di lire per la sua opera e niente fa pensare che il corrispettivo «abbia avuto destinatari diversi dal percettore previsto dai contratti», concludono i sindaci. (7)

La legge 21 maggio 2002, n. 99 istituisce una commissione parlamentare d’inchiesta su tutta la vicenda, presidente Enzo Trantino (AN) e vice presidenti Enrico Nan (FI), Guido Calvi (DS) e Cesare Rizzi (Lega Nord Padania), con il compito di far luce sui misteri dell’affare.
La commissione avrebbe parecchie domande cui rispondere, per esempio: Dini, Ciampi e Prodi potevano essere all’oscuro dell’operazione? Fu effettivamente una tangente o i pagamenti sui conti Paribas e Barclays furono effettivamente i corrispettivi delle consulenze, anticipati irritualmente dal compratore perché il venditore era completamente privo di liquidita’? Se fu tangente chi è il corruttore e chi sono i corrotti?I soldi servirono veramente per sterminare gli abitanti del Kossovo? Altrimenti quale fu la loro destinazione finale? Chi è il signor A? Che c’entra la Mak environment? Bastano 4 bonifici per parlare di tangente a Dini? Quali sono le complicita’ e le responsabilita’ del governo di centrosinistra dell’epoca?

Vedremo se la commissione ha risposto e sta rispondendo o piuttosto se non si stia occupando di tutt’altro, nel prossimo articolo.


Le nostre fonti:

(1)www.repubblica.it/online/mondo/telekomserbia/telekomserbia/telekomserbia.html
(2) www.lospettro.it/pagina725.htm
(3) www.gustavoselva.it/dossier-telekom-serbia/telekom_serbia.htm
(4) www.nicolosy.it/Verita_Nascoste/Telekom-Serbia.html
(5) www.camera.it/_dati/leg13/lavori/stampati/sk8000/relazion/7686.htm
(6) www.archiviostampa.it/art.asp?art_id=2408
(7) www.cellularmania.kataweb.it/rassegna/archivio/giugno2001/13_09.shtm