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   Thursday, September 11, 2003
L’affare Telekom Serbia (3)

Premessa: Parafrasando Pascal, che scrisse ad un amico “Scusa per la lunghezza di questa lettera, ma non ho avuto tempo per scriverne una piu’ breve” dovremmo anche noi scusarci per la lunghezza di questa ultima parte dell’inchiesta, che puo’ apparire eccessiva, ma purtroppo non è stato possibile concentrare ulteriormente il testo.
Abbiamo cercato di lasciare solo quanto indispensabile per farsi un’idea, tralasciando molte circostanze che avrete letto sui giornali fra cui l’altro grande sfornatore di patacche Volpe, che qui è accennato solo di sfuggita, oppure la figura di Pintus, altro testimone chiamato in causa da Marini il 7 maggio ma la cui audizione è prevista solo il 17 settembre (sara' un caso?).
Cosi come siamo stati costretti anche a glissare sul misterioso signor X, autore della lettera anonima che chiama in causa Paoletti.
Lettera che tanto anonima non è in quanto il presidente Trantino conosce perfettamente l’identita’ di X che gli è stata rivelata dal sen. Cossiga (2).
Riteniamo che quanto esposto sia appena sufficiente per rendersi conto di chi sia in realta’ il “conte Igor Marini”, che razza di imbroglio siano le sue dichiarazioni e come Fassino non sia troppo lontano dal vero quando parla di “complotto mediatico”.

Buona lettura.


Il superteste Marini

Mentre la Commissione parlamentare continua a navigare a vista, ormai impantanata nel tentativo di dimostrare cio’ che non puo’ essere assolutamente dimostrato, irrompe prepotentemente sulla scena un personaggio „chiave“ dell’intera vicenda. Si tratta del sedicente super-testimone Igor Marini, che si spaccia per Conte anche se non lo è.

Il suo ingresso nell’inchiesta è abbastanza “atipico”: viene infatti ascoltato dopo le rivelazioni alla commissione dell’avvocato Paoletti (1) a sua volta convocato in seguito ad una lettera anonima ricevuta dal Presidente Trantino.
Nella lettera si fa cenno ad un conto corrente sospetto a San Marino e si indica l’avvocato romano Fabrizio Paoletti come titolare del conto.
Alla lettera anonima è allegato un estratto conto con 36 versamenti settimanali di 512 mila dollari (pari a 36 miliardi) e la copia di un documento bancario
(2), controfirmato dallo stesso Paoletti, proveniente dalla Bank Negara Indonesia, del valore di 50 milioni di dollari(1).
Si tratterebbe di un’altra parte della tangente Telekom.

Interrogato in Commissione Paoletti spiega che i versamenti sul conto corrente sanmarinese, intestato alla ”Jundor trading” sono stati effettuati via Barclays da un cliente cinese, interessato ad un affare che non si concretizzo’(1;2).
Per quanto riguarda invece il documento bancario esso gli fu presentato dal faccendiere Igor Marini ed è, sempre secondo Paoletti, palesemente un falso.
Nella sua deposizione alla Commissione, incalzato dai commissari del centro destra che non hanno alcun interesse a far ricadere l’affare in quella che il Tribunale torinese sembra aver accertato essere soltanto una truffa, Paoletti è costretto piu’ volte a ripetere che le firme rilevate sul documento sono quelle di funzionari IOR che alla IOR non hanno mai sentito nominare.
Il timbro, cosi come l’intestazione, sono smaccatamente falsi e “l’unica cosa autentica di quel documento è la mia firma, apposta in calce per ricevuta”
(1).
Resta da annotare a margine che quel documento è al centro dell’indagine per truffa che ha portato in galera l’avvocato Paoletti, su azione promossa dallo stesso Marini, come vedremo dopo.(3)

Diventa obbligatorio a questo punto interrogare Marini.
L’audizione (audizione, non testimonianza; è importante questo fatto in quanto se “audito” il personaggio non è soggetto all’obbligo di dire la verita’ che è proprio del testimone. Marini tra l’altro non puo’ essere sentito come teste perché indagato dalla Procura di Roma per reato connesso con quanto si accinge a dichiarare…) avviene il 7 maggio 2003 e il sedicente conte spara subito alto:
intanto afferma che per le rivelazioni che sta per fare è stato fatto oggetto di ben tre tentativi di intimidazione, ottenendo una scorta della GdF gentilmente richiesta dalla Commissione stessa.
Questo accade nonostante Kessler faccia mettere a verbale che "sono gia’ in corso indagini su questi fatti. Se la Procura di Roma non ha ritenuto di proteggerlo probabilmente siamo di fronte ad un mitomane"(1).
Poi Marini dichiara che i versamenti sul conto sanmarinese sarebbero parte della tangente Telekom Serbia versata sui conti Barclays e “ripulita”.
I fondi erano destinati, come gia’ altri soldi che lui stesso ha provveduto a portare in Italia, a tre esponenti politici, indicatigli da Paoletti cosi:” Mortadella di Bologna, una persona a cui piaceva tanto andare in bici; Cicogna, l'attuale segretario dei Ds; Ranocchio (ma anche Ranocchia), il ministro degli Esteri dell'epoca”
(1;4).
Infine indica che il mandante dell’operazione sarebbe un certo FOX(1;3).
Le prove di quanto afferma sarebbero in alcuni documenti depositati presso l’archivio legale svizzero in quanto appartenenti al defunto notaio Boscaro (per la legge svizzera le carte appartenenti ad un notaio vengono archiviate presso questa struttura dopo la sua morte).
La commissione parlamentare sospende l’udienza e decide di recuperare subito i documenti. I parlamentari Nan e Kessler (nonostante questo fosse fermamente contrario ad un’operazione cosi affrettata e sollevi dubbi sulla legalita’ della stessa;1) accompagnano in Svizzera il Marini, il quale il 9 maggio viene bloccato dalla polizia elvetica insieme ai due parlamentari ed arrestato per truffa e riciclaggio.
Quando questa vicenda sara’ finita sarebbe forse il caso di aprire una commissione d’inchiesta anche su questa pessima figura internazionale cui ci ha esposti la maggioranza parlamentare.
(Ultimora: i documenti svizzeri sono giunti in Italia mercoledi 10 settembre; la maggioranza della commissione ha optato per visionarli il venerdi, lasciando trascorrere piu’ tempo di quanto abbia ritenuto attendere quando ha tentato di recuperarli. Sara’ legittimo il sospetto avanzato da Kessler che la maggioranza voglia allungare i tempi del definitivo sbugiardamento di Marini per far cuocere ancora un po’ i rivali sulla graticola dell’infamia?)

Marini viene comunque dapprima interrogato in Svizzera e poi numerose volte in Italia dalla Procura di Torino che conduce l’inchiesta, percio’ da questo momento in poi manca qualunque pubblicita’ sugli atti, anche se Il Giornale e Libero pubblicano abbondante materiale sulle dichiarazioni del faccendiere. Su questi articoli è basato tutto il lavoro di ricostruzione compiuto da Repubblica e dagli altri giornali che esponiamo nel seguito. Ad ogni interrogatorio il “Conte”aggiunge nomi e particolari, spesso contraddicendosi, tanto da rendere la sua testimonianza un groviglio quasi inestricabile.

Prima di addentrarci nel labirinto delle "sconvolgenti" dichiarazioni di Marini dovrebbe essere normale farsi alcune domande.
Iniziamo con questa: Quale pazzo sceglie per un’operazione che dovrebbe rimanere riservatissima dei nomi in codice cosi infantili, tanto che è immediato risalire all’identita’ dei titolari? I tempi dello scandalo Lockheed e del misterioso “Antelope Cobbler” sembrano essere miseramente tramontati.
C’è da sospettare anche della genuinita’ del nome in codice riservato a Fassino: “Cicogna” se lo è inventato il vignettista del Riformista, Roberto Perini (4), giornale che ai tempi dell’affare Telekom neanche esisteva. Non deve essere un caso se Il Giornale (30 agosto) dichiara l’esistenza (ennesima bufala, questa volta segnalata dall’altro “superteste” Volpe, che non ha niente a che vedere con Fox) dei conti “ranoc.” e “mortadel.” ma non di un qualcosa di simile che somigli a cicogn…
Ci sono altre domande di cui sarebbe lecito conoscere la risposta, prima di prendere per oro colato le affermazioni del signor Marini:
Se ha denunciato per truffa il socio Paoletti a causa del titolo indonesiano, come mai adesso quello spunta di nuovo fuori come tranche della tangente? (3)
Se il “conte” è in grado di muovere su conti internazionali cifre cosi elevate, come mai è in bolletta tanto da svolgere attualmente il lavoro di addetto alle pulizie dei capannoni del mercato ortofrutticolo di Brescia? (2)
Quanto è credibile un teste che afferma di avere documenti bancari per milioni di dollari ma che è “impedito all’espatrio nel 2000 perché accusato di falso e contraffazione di sigilli di Stato”?(2)
Altri dubbi verranno in seguito, quando analizzeremo nel dettaglio le dichiarazioni del teste.

Nonostante le perplessita' che abbiamo appena esposto la commissione d’inchiesta sembra attribuire al Marini tutta l’importanza che meriterebbe un testimone affidabile: “Ho trovato una persona di una memoria che fa impallidire Pico della Mirandola. Intelligente, sveglio, preparato”. Cosi il leghista Calderoli, vice presidente del senato e membro della commissione d’inchiesta si esprime parlando di Igor Marini (5).
Il suo avvocato Luciano Randazzo dice che “Il racconto di Marini resta coerente, dettagliato e si arricchisce di nuovi particolari molto sconvolgenti, e devastanti per cui qualcuno dovra’ delle scuse”.(5)

Vediamo di ricostruire l’intero percorso della presunta tangente e quanto è credibile l’impianto del racconto di Marini, notando che quello che sembrava l’importo originario della tangente Telekom Serbia, cosi come rivelato da Repubblica, cioè quello sul quale stava indagando la commissione d’inchiesta prima dell’apparire del conte Igor sulla scena, era di 32 milioni di marchi. Questa cifra non appare nelle dichiarazioni di Marini, quasi come se stesse parlando di qualcosa completamente diverso.

In maggio, Marini racconta di aver distribuito nel 2001 la tangente Telekom Serbia ad esponenti del centro-sinistra con tre diverse operazioni di rientro di capitali esteri. Da cinquanta, centocinquanta e trentadue milioni di dollari.
Si tratta dunque di circa quattrocentosessanta miliardi di vecchie lire.
Quindi, in giugno, corregge. Ai 230 milioni di dollari delle tre operazioni ne vanno aggiunti altri 120 di una quarta transazione. In tutto, settecento miliardi di lire. In luglio, fa di conto una terza volta. "Posso dire che ho prove certe per una tangente da 439 miliardi".
E dunque: quattrocento sessanta, settecento, quattrocento trentanove. Miliardi, si intende. Ora, il pallottoliere del "Conte" - lo si giri come si vuole - si pappa a suo dire tra la meta’ e i due terzi abbondanti dell'affare (a seconda del ricordo che si tenga per buono: 439 o 700 miliardi). Nel giugno del '97, il 29 per cento di Telekom Serbia viene infatti ceduto a Telecom Italia per 878 miliardi di lire. Belgrado, insomma, a sentire il "Conte", di questo denaro ne trattiene tra la meta’ e un terzo scarso.
Meglio: Marini aggiunge - buttandolo li come dettaglio di sfondo su cui medita di tornare presto - che Slobodan Milosevic gli affida un cento milioni di dollari sottratti al prezzo versato dagli italiani da appoggiare su una banca americana. Sono altri duecento miliardi di lire. Che sommati alle tangenti italiane (che abbiamo detto sono tra i 439 e i 700 miliardi, a seconda dei ricordi di Marini), in un caso totalizzano 639 miliardi, in un altro addirittura 900, vale a dire oltre l'intero valore dell'affare
. (Cosi il giornalista D’Avanzo;3)

Ora: esiste un solo ed unico modo in cui sia possibile pagare una tangente che sia quasi pari al valore dell’affare ed è un accordo in cui il venditore vende una “scatola vuota”.
La persona fisica che agisce in nome e per conto dell’acquirente (di solito una societa’) ne è consapevole e al termine dell’operazione si spartisce il ricavato col venditore, scaricando il bidone sul capitale sociale della societa’ acquirente.
In ogni caso neanche questa variante di truffa puo’ generare una tangente pari, o addirittura superiore, al valore dell’affare.
Come si accorda l’eventuale tesi della “scatola vuota” con il fatto che la partecipazione fu rivenduta dal gruppo Telecom Italia sotto la gestione Tronchetti Provera per 193 milioni di euro e la svalutazione del valore della partecipazione nel bilancio Telecom avvenne solo in seguito per effetto dei “danni di guerra”?(6).
Se Telekom Serbia ha effettuato il buy back (riacquisto delle proprie azioni) per 370 miliardi questo è “come minimo” il valore all’epoca della vendita, percio’ i soldi che dichiara di aver mosso il faccendiere sono troppi per essere una tangente.
Mentre cerchiamo in questo balletto di cifre prove della sua “coerenza” e della sua credibilita’, come sbandierato ai quattro venti da Calderoli e dall’avvocato, sarebbe opportuno che qualcuno aiutasse Marini a fare due conti.

Visto che da qualche parte dovremo pur cominciare prendiamo per buona l’affermazione iniziale, quella relativa alle tre parti da 50, 150 e 32 milioni di dollari (quelle, a dire del testimone, “documentabili”; la quarta è ancora piu’ presunta e la vedremo dopo) e cerchiamo di seguire il transito del denaro e i documenti d’appoggio.

La rata da 32 milioni di dollari sarebbe stata pagata e sarebbe transitata sul famigerato “conto Zara”, protagonista di valanghe di articoli su Il Giornale e su Libero da meta’ maggio ad oggi, per approdare infine, almeno per meta’, sul famoso conto sanmarinese.
Paoletti intanto ha fatto altre rivelazioni sul suo misterioso cliente, indicandone anche il nome: un diplomatico indonesiano che doveva acquistare con quei soldi una pietra preziosa. Paoletti aveva l’incarico di mediatore e quei versamenti costituivano la caparra.
Fine del mistero relativo ai depositi sul conto di San Marino.(7)

Il famoso “conto Zara” è un altro paio di maniche: Marini ne parla subito, dicendo che il numero di conto è nelle carte di Boscaro (quelle che la commissione tento’ di recuperare il 9 maggio) ma che questo è cifrato, si trova presso una banca austriaca ed è intestato alla Zara International, societa’ pure austriaca.
Lo stesso Marini avrebbe provveduto alla transazione conferendo con un incaricato di quella banca presso la sua filiale di Tarvisio (1 e Il Giornale, passim da giugno a luglio).
Un’indagine del Riformista svela subito che non esiste nessuna societa’ chiamata Zara fra quelle iscritte alla camera di commercio austriaca.
Il Giornale ovviamente non si da per vinto, finchè trova il fantomatico conto, nella filiale di Innsbruck della Tiroler Sparkasse (7).
Lo stesso quotidiano di proprieta’ del fratello del premier ci svela il possibile errore in cui puo’ essere caduto il testimone: in Austria i conti bancari non hanno numeri, ma il loro nome dipende da chi lo apre.
In questo caso si chiamerebbe “conto Zara” perché aperto dalla Zara International.
Marini puo’ quindi aver confuso il nome del conto con la societa’ indicando che questa era austriaca per associazione di idee, mentre in realta’ essa è italiana. (Il Giornale, 14 agosto).
L’errore magari sara’ veniale e non inficera’ la credibilita’ del testimone ma alla luce di questo fatto Pico della Mirandola si sara’ rivoltato nella tomba.
Anche perché a quanto pare: “La filiale di Tarvisio citata da Marini non esiste fra le filiali della Tiroler Sparkasse, detta banca non ha conti cifrati e tutti i movimenti di tutti i conti sono in chiaro e nero su bianco, percio’ Herr Hobermuller, funzionario della stessa banca, è in grado di affermare sotto giuramento che quei soldi da li non sono transitati” (7).
Da notare che il funzionario austriaco parla perché autorizzato dai titolari del conto, che a quanto pare hanno ben poco da nascondere. (7)
Viste le numerose incongruenze fra la testimonianza del faccendiere e quanto emerso dalle indagini giornalistiche possiamo bollare come una bufala la storia della prima tranche.

La seconda e la terza si muovono grosso modo in parallelo.
Si tratta infatti di due titoli, o blocchi di titoli: uno è quello gia’ citato della Bank Negara Indonesia, che rappresenterebbe la tranche da 50 milioni di dollari(3), l’altro è un blocco di garanzie ipotecarie emesse dal sedicente “Apolostic order of Remnant house of Israel” per un valore pari appunto a 150 milioni di dollari. (5)
Ecco la storia dei due titoli e l’intervento di Fox:
"Paoletti mi spiega: 'Allora Igor, tu devi sapere una cosa. Prima di tutto ci hai dato una marea di problemi, non volendo mai collaborare con quel titolo da 50 milioni di dollari (quello della banca indonesiana).
Adesso, questo titolo deve essere collocato entro maggio, perché noi tra giugno e luglio dobbiamo eseguire tutti i pagamenti e chiudere tutto quanto. Ti daro’ anche un altro titolo da 150 (quello dell’Apolostic order), ma prima fai quello da 50. Poi saremo in esaurimento.
Sai perché ce l'abbiamo tanto con te?' E io dico: "No, spiegamelo". E Paoletti: "Perché questo titolo, alla scadenza, verra’ pagato immediatamente. Perché una banca serba che ha partecipato alla vendita e all'incasso di Telekom Serbia ha pagato direttamente il titolo (...)
Sono i soldi in surplus che sono stati gestiti dai serbi e che piano piano stanno rientrando a chi di dovere. Caro Igor, sono Ranocchio, Cicogna e Mortadella. Se non lo fai, Fox agisce..."" (Berna, 19 maggio, verbale di interrogatorio di Igor Marini ai pm di Torino).
(3)

In effetti Fox aveva gia’ agito: seguendo lo stesso stile delle operazioni denunciate da Marini (nomi in codice da barzelletta, conti “cifrati” che corrispondono agli intestatari) è ragionevole pensare che la deduzione di D’Avanzo (3) sia valida: Fox non è tale Antonio Volpe (altro personaggio ricco di documenti validi quanto un sacco di carta straccia, v. 2) come chiede a Marini il presidente della commissione ricevendo come risposta “dovrei vederlo in faccia”(1), quanto piuttosto il titolare del conto “Fox” presso la Banca del Sempione in Svizzera.
Il suo nome è Antonio Lanciano e fa il grossista di carni. Si è visto derubare di un milione di dollari dalla coppia Marini-Paoletti che ha utilizzato un vecchio trucco: un finanziamento di un programma di aiuti per la Federal Riserve americana a interessi stratosferici (20 % mensili).
Il capitale investito da Lanciano, che ha conosciuto i due con la mediazione di Francesco Giannandrea, avvocato amico di Paoletti, parte dal conto Fox e su quel conto approda, dopo un mese, lo specchietto delle allodole del pagamento della prima rata di interessi, 200 mila dollarucci tondi tondi.
Poi il nulla.
Interessi e capitale svaniti.
Lanciano si lamenta con Giannandrea e lo minaccia, Giannandrea aggredisce Paoletti il quale da la colpa a Marini.
A un certo punto le minacce di Lanciano si devono fare pesanti ed allora i due decidono, per farlo rientrare, di imbarcarlo nell’avventura del titolo di credito della banca indonesiana, che lo stesso Paoletti sara’ costretto a dichiarare, ai giudici ed alla commissione, essere una patacca.
(3)
Ecco spiegato il motivo di “Fox agisce”!

Naturalmente la ricostruzione di D’Avanzo è documentata e documentabile: ad un incontro per restituire il denaro a Lanciano, Marini si presenta con i carabinieri perché ha denunciato Paoletti, Giannandrea e lo stesso Lanciano per riciclaggio.
Il grossista di carni pero’ è immediatamente scagionato; da accusato infatti diviene presto parte lesa, ed il reato diventa anche concorso in truffa per Paoletti e Marini. (3)
Di tale denuncia si occupa inizialmente la procura di Roma (PM Barborini; 1 verbale dell’audizione secretato), poi la denuncia di Marini verra’ incorporata nell’inchiesta Telekom Serbia del PM di Torino Maddalena.

Comunque sia Marini è sotto una grossa pressione da parte di Fox (lui dice perché i tre politici vogliono i loro soldi, noi pensiamo che sia Fox/Lanciano a rivolere i suoi): lo troviamo pertanto in pellegrinaggio all’estero, con due “serbi” di nome Persen e Tomic che sono coloro che hanno le aperture per consentirgli di liquidare i titoli, specialmente quello dell’Apolostic Order, ed ottenere i contanti da destinare (a detta di Marini) a “Ranocchio, Cicogna e Mortadella”.
Uno dei due “serbi”, cioè Persen, in un albergo di Zurigo minaccia addirittura il nostro con una pistola (passim) e sono comunque loro che avvertono Marini che anche i titoli dell’Apolostic Order fanno parte della tangente Telekom Serbia. (5)
Peccato che i due “serbi” non siano tali in quanto Persen è croato mentre Tomic addirittura australiano (3) e il “Conte” farebbe bene a spiegarci anche, come chiede lo stesso Persen che si trova in questo momento in carcere in Italia, che c’entra un croato con gli affari della Serbia. (5)
Va da se che Persen ha smentito la circostanza della tangente, ed ha minacciato Marini a Zurigo (senza usare una pistola) perché gli deve ancora dei soldi: erano quelli delle ipoteche dell’Apolostic Order che lo stesso Marini stava vanamente cercando di negoziare trascinandosi dietro i due per le banche di mezza Europa. (8)
Ripercorriamo il percorso con le stesse parole di Marini: ”I due mi dicono che hanno facolta’ di aprire linee di credito a Monaco di Baviera, ma hanno bisogno di liquidita’ dai titoli per ricostruire le loro cose.
Ci spostiamo allora a Zurigo dove per dieci giorni mi fanno girare per banche per convincermi a depositare sia il titolo indonesiano che i titoli della Chiesa
(sono i titoli dell’Apolostic Order).
La prima banca che mi avrebbe dovuto pagare era una banca di Monaco di Baviera. Poi sono andato al Credito Svizzero di Zurigo, alla piazzetta della strasse con il tram, all’ Ubs… Alla banca privata che… vabbè, tante banche non me le ricordo, ma le ritrovo negli atti… Al Credit lyonnaise e a una banca strana con un nome tedesco che neanche se mi sparate me la ricordo…”(Berna, 19 maggio, verbale di interrogatorio di Igor Marini ai pm di Torino) (5)
Pico della Mirandola a questo punto puo’ dormire il sonno del giusto, non sara’ certo questo dilettante, checchè ne dica Calderoli, a usurpargli la fama di uomo dalla memoria prodigiosa.

Vediamo nel dettaglio il valore effettivo di questi titoli, visto che i numerosi passaggi in varie banche sembrerebbero dimostrare che si tratti di cartaccia.
Del titolo indonesiano e di come lo stesso Paoletti abbia affermato che è falso abbiamo gia’ parlato; l’ultima testimonianza in questo senso è dell’avvocato torinese Vitantonio Carretta, che fu interpellato da un cliente cui Marini stava tentando di rifilare la truffa.
Fu lo stesso Carretta a chiamare Marini nel suo studio della Crocetta, a Torino, per restituirgli il titolo e minacciarlo di denuncia. Sembra che in seguito a questa pressione il nostro Igor decise di giocare d’anticipo e denunciare i suoi soci “in affari”. (8)
La storia del titolo dell’Apostolic order ce la racconta invece il giornalista Bonini nell’articolo richiamato in nota 5.
I titoli “sono garanzie ipotecarie con scadenza 2003 e 2005. Cambiali garantite da ipoteche fondiarie su terreni di proprieta’ della congrega Apostolic order of Remnant house of Israel. Il possessore che le acquista potra’ rivenderle o, in forza di quella garanzia, potra’, alla scadenza, rivalersi sulle proprieta’ dell’Apostolic order”.
Peccato che questi titoli siano carta straccia: falsi come fasulle sono le indicazioni che vi sono stampigliate sopra.
Nella perizia tecnica della Procura di Torino allegata all’Ordinanza di custodia cautelare a carico di Marini Igor, pag. 37 si legge: “Mancano indicazioni certe dell’identita’ del soggetto garante e dell’oggetto dell’obbligazione”. In altre parole non si sa ne chi, ne in nome di che cosa quelle obbligazioni verranno pagate. Inoltre “i timbri “Notary public” e “State of Idaho” che dovrebbero certificare la genuinita’ delle carte sono contraffatti” (5)
Bonini si spinge ancora oltre nella sua inchiesta e identifica anche l’origine dei titoli dell’Apostolic Order. L’unica cosa che ci interessa di questo percorso è che la truffa non nasce in Serbia e quei titoli dalla Serbia non ci sono mai passati: provengono dal truffatore americano Ernst N. Tietjen, detenuto per questa stessa truffa nel carcere federale di Florence, stato del Colorado, dal 1999.
Queste sarebbero le due tranches della tangente Telekom ancora da pagare a Ranocchio, Cicogna e Mortadella: obbligazioni che hanno lo stesso valore delle banconote del Monopoli, cioè valgono solo la carta su cui sono scritti.
Questi sarebbero i soldi per i quali il moderato avvocato Taormina, sempre pronto a chiedere il massimo delle garanzie per gli imputati che difende, pretende l’arresto dei tre esponenti del centro sinistra.
(Ultimissima: anche l’avvocato Randazzo ha chiesto il 10 settembre la misura cautelare per gli accusati da Marini. Il faccendiere infatti sarebbe stato posto davanti ad un “confronto probatorio” inaspettato perfino dall’avvocato.
Secondo quest’ultimo la credibilita’ di Marini ne sarebbe uscita pienamente confermata. Percio’ Randazzo chiede che si provveda prima che siano gli accusati “a darsi da fare per falsificare qualche documento”.
Detto dall’avvocato di uno che ha piu’ accuse di falso sulla fedina penale che capelli in testa, la cosa fa un po’ ridere)

Giunti a questo punto si possono trarre due conclusioni per spiegare il pasticcio Marini: o il truffatore è stato a sua volta truffato dai serbi (Milosevic o chi per lui) che gli hanno rifilato patacche per pagare i residui della tangente oppure, piu’ probabilmente, il nostro ha tentato di spacciare la "coppia di sette" delle sue truffe per il "poker d’assi" della tangente Telekom Serbia, sperando di uscire dai guai con la legge e con i truffati creditori grazie alla protezione politica. Noi propendiamo per la seconda ipotesi.

La quarta parte della tangente, quella collaterale, è altrettanto fumosa. Marini ne accenna durante il confronto con Paoletti nel carcere di Torino (avvenuto il 27 agosto) e chiama in correo altri destinatari: Rutelli, Veltroni e Mastella.
Non sono ancora emersi molti particolari di quest’ultima rata, ma una cosa è gia’ certa: l’aver tirato fuori questi nomi, insieme alla dichiarazione “Ciampi era amico di Paoletti”, costa a Marini tutta la sua credibilita’.
Intanto perché il coinvolgimento di Ciampi è indimostrabile ed è talmente clamoroso da far nascere sospetti su tutta la storia raccontata dal “Conte”.
In secondo luogo perché Mastella all’epoca era esponente del centro destra. Appare quindi evidente il motivo per cui è stato tirato in ballo: ogni bugiardo ha bisogno di pezze d’appoggio, parti di realta’ dimostrabile con cui puntellare le proprie menzogne.
Ricordandosi di essere stato una volta a casa di Mastella (“Leggeva le carte” ha dichiarato il buon Clemente, non negando che Marini era stato una volta a casa sua) il super teste riteneva cosi di dimostrare che non essendo negabile la visita all’abitazione, automaticamente acquisiva valore di prova anche il passaggio di tangente.

Il colpo di zappa che Marini si è dato sui piedi con questa terribile gaffe, anticipando storicamente di qualche anno il passaggio di Mastella al centrosinistra oppure attribuendo al suo partitino un valore che non ha mai avuto (sarebbe stato l’unico partito di opposizione coinvolto in un’operazione tangentizia della quale non esiste il pari, visto che la madre di tutte le tangenti, quella Enimont, era appena di 150 miliardi) è stato fatale anche per i piu’ facinorosi avversari di Prodi, Dini e Fassino.
La credibilita’ del supertestimone è risultata clamorosamente compromessa, incredibile a dirsi, non dal fatto che la storia che ha raccontato era totalmente campata in aria, cosi come lo erano i presunti “titoli”, ma dal suo eccesso di zelo nel voler obbedire all’ordine di tirare dentro tutti gli esponenti del centrosinistra.
Adesso tutte le bocche da fuoco del centro destra stanno riorientando il tiro sulla vecchia tesi della “responsabilita’ politica”; tesi che abbiamo gia’ sfrondato e smontato nella puntata precedente.

Eppure Marini non è stato inutile, anzi si è rivelato un “utile idiota”.
Dopo le sue dichiarazioni, opportunamente riprese da parecchi organi di stampa e televisioni, dopo il bombardamento mediatico cui sono stati fatti oggetto i tre presunti percettori di tangente, dopo l’ossessionante campagna giornalistica (de Il Giornale e di Libero) che ha insinuato il sospetto spacciando per vere certe affermazioni, l’opinione pubblica si è formata un convincimento, strano e ingiustificato alla luce dei fatti ma perfettamente comprensibile, che rende piu’ difficile credere alle dichiarazioni di chi è chiamato a discolparsi.

In un qualunque paese civile Marini sarebbe stato internato in un manicomio ed ai promotori della commissione d’inchiesta parlamentare sarebbero stati chiesti indietro i soldi dei contribuenti.
Da noi invece, grazie al controllo quasi totale dei mezzi d’informazione, l’attuale inquilino di Palazzo Chigi ha insinuato e fatto insinuare nelle teste degli elettori un dubbio che non sara’ facile vincere in mancanza di mezzi di comunicazione altrettanto efficaci, quello che “poiché se ne è parlato tanto, questi del centrosinistra qualcosa di male lo hanno fatto comunque”.

Questi sono i metodi nell’Italia delle TV di Arcore.

(Fine. Le parti precedenti sono state pubblicate in data 1 e 5 settembre)

Le nostre fonti:


(1) http://www.camera.it/_bicamerali/nochiosco.asp?pagina=/_bicamerali/leg14/telecom/home
(2) http://www.unita.it/index.asp??SEZIONE_COD=&TOPIC_ID=28238
(3)http://www.repubblica.it/2003/h/sezioni/politica/telekomserbia/conte/conte.html
(4) http://www.ilriformista.it/documenti/articolo.asp?id_doc=6729
(5) La Repubblica, 29 agosto 2003, pag. 11 a firma di C. Bonini (non disponibile in rete)
(6) http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=28699
(7) http://italy.indymedia.org/news/2003/08/352467.php
(8) La Repubblica, cit., a firma di A. Custodero (non disponibile in rete)




   Tuesday, September 09, 2003
Il cavaliere frainteso

"Non so mai quello che ho detto, prima di sentire la risposta a quello che ho detto" (N. Wiener)

Daniele Luttazzi diceva: “Non tutti i politici vengono a questo programma (Satyricon). Non vengono. Sapete perché? Perché io non sono Bruno Vespa. Hanno paura. E' incredibile: hanno paura. Ma io dico: Berlusconi... candidato alla Presidenza del consiglio. Una volta eletto dovrà avere a che fare con calibri da 90, come Arafat, come Gheddafi. E ha paura di un comico?".

Sbagliava.
Sbagliava perché non aveva paura di lui come uomo, semplicemente non voleva che le sue (del nano) esilaranti battute potessero non reggere il confronto con quelle del comico romagnolo.

Se infatti analizziamo gli ormai due anni di lavoro di Berlusconi (inutile definirlo governo, dato che quel coacervo di personaggi non puo' assolutamente ottenere la qualifica di governanti di un Paese, tutt’insieme asserviti all’unico interesse di tutelare l’uomo di Arcore e il suo scudiero Previti) ci accorgiamo che sono più le battute, i discorsi ironici, i paradossi enunciati che le frasi reali e ponderate, i discorsi costruttivi fatti da quello che dovrebbe essere un Presidente del Consiglio.

Dal 13 Maggio 2001 è un susseguirsi di interventi ironici e di smentite, di accuse rivolte alla sinistra e ai giornalisti i quali, a suo dire, strumentalizzano discorsi innocenti, ma soprattutto ironici, dimostrando LORO di non avere quel sense of humour che l’entourage del nano mette in tutte le sue decisioni, dal falso in bilancio alle rogatorie, dal Lodo Schifani al DPEF.
Non ve ne siete accorti, ma loro stessi ci stanno continuamente dicendo che è uno scherzo, una barzelletta, si stanno divertendo: peccato che noi non riusciamo a ridere di tutto questo.

La prima grande barzelletta, in ordine cronologico, la racconto' dopo la tragedia delle Twin Towers quando dichiaro' che ’“L'occidente deve avere la consapevolezza della superiorità (sull'Islam) della sua civiltà” .
In quell’occasione era con Putin e Schroeder i quali probabilmente impallidirono a tali dichiarazioni.
Ma i Berlusconi’s guys NO.
L'Europa pretendeva le scuse, la Lega Araba insorgeva contro le scellerate dichiarazioni che solo un uomo privo di senno poteva effettuare in un periodo nel quale la paura del terrorismo di natura islamica aveva ingenerato un processo di profonda diffidenza nei confronti di tutto quello che era “musulmano”.
Ma i Berlusconi’s guys non solo non erano preoccupati, ma avevano già trovato a chi dare la colpa.
Mi hanno frainteso, disse poco dopo il nano, io parlavo dei fondamentalisti e non del mondo islamico in generale. La prima pezza era stata messa, in qualche modo si cercava di dare al mondo intero un connotato di incapacità di comprendonio, un’opinione pubblica mondiale che stoltamente aveva capito male quello che lui voleva dire.

Questo è un vero e proprio paradosso.
Il 20 Agosto 2003 il Berluska è stato dichiarato il secondo miglior comunicatore esistente, dietro al solo Presidente della Repubblica Ciampi.
Eppure l’opinione pubblica mondiale non riesce a seguire un suo discorso, senza travisarne i contenuti, senza (parole sue) “impiccarlo per ogni parola detta”. Ci riuscissero una buona volta…


Un altro monologo altamente ironico lo effettuo' il giorno dell’insediamento del Semestre Italiano di Presidenza dell’UE.
Noi italiani, consci dell’inettitudine dei nostri rappresentanti, sapevamo benissimo che qualcosa sarebbe successo, forse non nel primo discorso, forse anche non nella prima settimana, ma prima o poi c’era da aspettarsi il solito exploit del Cavaliere.
E invece ci fu il botto già alla prima seduta.
Superfluo finanche ricordare il “turisti della democrazia” gridato ai Verdi europei e soprattutto la risposta all'europarlamentare Schulz, reo di aver chiesto se ci si dovesse aspettare anche in ambito europeo quello che era in atto in Italia, ossia una campagna legislativa atta a bloccare i processi a carico del Presidente.
Forse Schulz esagero' non parafrasando nulla e andando direttamente a centrare il bersaglio grosso, ma la reazione del nano fu di quelle eclatanti: “[Schulz] mi ha offeso gravemente sul piano personale - disse il nano - gesticolando, e con un tono davvero non ammissibile: io l'ho detto con ironia, se non capite l'ironia mi dispiace".


ANCORA?!?!?
Ancora una volta lui, Presidente del Consiglio, rappresentante italiano, in quel momento Presidente di turno dell’Unione di molteplici Stati europei, fa un discorso IRONICO?
A questo punto mi chiedo se il Berluska è sicuro di essere un politico o semplicemente un partecipante di La Sai l’Ultima, con molte probabilità di portarsi a casa il montepremi finale!
La cosa più angosciante di quei momenti fu vedere la faccia di Fini: gli si poteva leggere la didascalia nel fumetto sulla sua testa che ripeteva: “Chist’ è scem!”

Il teatrino che ne segui' è quello a cui ormai siamo abituati, le solite scuse al popolo tedesco in una fantomatica telefonata con Schroeder e il solito “corri a trovare a chi dare la colpa”.
Nel gioco del calcio vige una linea di pensiero che vede nell’attacco la miglior difesa.
Ed infatti i Berlusconi’s guys si affrettarono ad accusare la sinistra italiana, rea di non aver difeso l’Italia, rea di non aver avvalorato la tesi dello squilibrato, rea anzi di aver fomentato la rissa verbale fornendo essa stessa gli appigli per l’aggressione (come se in Europa non conoscessero le magagne fatte nel BelPaese dal nano), ma addirittura essa era colpevole per non aver spiegato agli Europei che il nostro Presidente non fa sul serio, scherza, è un burlone, i suoi discorsi sono ironici, delle emerite buffonate (intese come azione dei buffoni di corte….o forse no?!?).


Ancora una volta allora mi domando come il secondo miglior comunicatore non riesca a farsi capire: perché quando lui è ironico e giulivo nessuno, e dico nessuno, riesce a trovare nelle sue parole quel pizzico di ilarità che fa capire che è tutto un gioco, tutta una barzelletta fatta per ridere???
Eppure noi non ridiamo.
Se glielo chiedete, la colpa è nostra.


Vorrei tanto dire che i fraintendimenti, le burle del Nanetto sono circoscritte a queste due, ma purtroppo non è cosi.
E' del 4 Settembre la nuova perla che va ad arricchire la bacheca di gaffe ironiche del premier.
Il farneticare in questo caso è vicino al delirio di onnipotenza di un uomo che è convinto portavoce della totalità delle volontà del popolo italiano.
In un intervista a The Spectator ha affermato che “i giudici sono persone mentalmente disturbate, che è maturo il momento per imporre la democrazia anche con l’uso della forza, che l’Economist ha confuso le guardie (la destra) con i ladri (la sinistra), che non esiste conflitto d’interessi in quanto i comunisti lo hanno costretto a vendere tutto a causa della strategia BB (Boicotta Berlusconi).
Non contento ha offeso Enzo Biagi e la memoria di Indro Montanelli affermando che questi, insieme all’80% della stampa italiana e internazionale (che è a suo modo di vedere tutta di sinistra) erano invidiosi di lui, del suo potere, della sua posizione.

Poteva non arrivare la smentita? Assolutamente no! ANZI!
Non è passata nemmeno la notte che si sono immediatamente levate le solite voci che gridano al complotto della sinistra ordito ai danni del povero Nano, ma soprattutto si pone l’ennesimo accento sul fatto che il discorso era ironico.
Paolo Bonaiuti, uno dei già citati Berlusconi’s guys tenta una scappatoia, sempre la stessa, quasi fosse un ritornello di quelle canzoni UNZ UNZ UNZ che si ascoltano d’estate, tutto rumore assordante e niente testo, in modo da confonderti e basta: "Una chiacchierata estiva con un amico del partito conservatore inglese, la differenza di lingua e una evidente coloritura giornalistica - ha detto - hanno trasformato una battuta sul filo del paradosso in una considerazione di ordine generale su un'intera categoria.

E TRE!
Non volete proprio capirlo che il signor Silvio Berlusconi è un comico, che a causa della differenza di lingua (eppure esistono i traduttori, a meno che non abbiano usato quello di Google, questa scusante è a dir poco farsesca) e dei giornalisti (INVIDIOSI!) si è visto rinfacciare cose non dette o quanto meno dette con una battuta sul filo del paradosso.

Ormai non so davvero cosa attendermi da questo personaggio.
Forse una dichiarazione di guerra al Marocco, per poi dire che era un Pesce d’Aprile, o la chiusura commerciale con il Giappone per poi smentire la cosa dicendo che al Presidente mancava una sola barzelletta al suo palmares per diventare famoso quanto Gino Bramieri.
Non si preoccupi, caro Presidente, sappiamo distinguere tra comici e buffoni.
E Bramieri era un comico.