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   Saturday, September 20, 2003

Le solite scuse


Rammarico : (s. m.) L’atto di provare dispiacere per qualcosa.

Scusa: (s. f.) L’atto di chiedere venia o perdono per un proprio fallo od un offesa.


Come si evince dall’estratto del Devoto-Oli, noto vocabolario della lingua italiana, le due cose sono profondamente diverse: quando una persona si rammarica significa che prova dispiacere, quando si scusa significa che chiede di essere perdonato.

Gradiremmo sapere per quale motivo questa affermazione: “Il Presidente del Consiglio prova un profondo rammarico per il fatto che le sue parole, pronunciate informalmente, siano state strumentalizzate in modo tale da causare dispiacere a tutta la comunita’ ebraica” debba essere considerata una scusa sufficiente rivolta a tutti gli ebrei italiani dal nostro miliardario premier.
Quello che leggiamo noi in questa frase piuttosto è: “Mi dispiace che certi cialtroni abbiano piegato quanto ho detto per fare polemiche di bassa lega, quindi prendetevela con loro!”.
Nessuna richiesta di “venia o perdono”, nessun riconoscimento di “fallo od offesa”, niente di niente.
Viene facile pensare a Sebastiano Messina, su Repubblica, che Berlusconi abbia inventato un nuovo modo di scusarsi, che scusa non è quanto piuttosto accusa nei confronti di chi riporta il suo magnifico pensiero.

Non è comunque la prima volta che succede, visto che gia’ in occasione dell’incidente col parlamentare europeo Schultz il nostro capo dell’esecutivo si profuse nelle stesse “scuse” col cancelliere tedesco, il quale ovviamente ha accolto il tutto abbastanza gelidamente, non fosse altro che per il fatto che l’interprete italiano tedesco tramite il quale i due hanno dialogato conosce bene la differenza fra rammarico e scusa, essendo il suo mestiere quello di interpretare le sfumature.

Non vogliamo in questo momento stimolare riflessioni lessicali o analizzare quanto in profondita’ il capo del governo pensi realmente a quello che dice o viceversa; quello che riteniamo sia fondamentale adesso è posare lo sguardo su un aspetto “psicologico” della questione: Il premier è profondamente incapace di scusarsi anche quando lo richiedano l’opportunita’ politica e la contingenza del momento. Proprio: è piu’ forte di lui questa tendenza.

Pare evidente anche il motivo per cui non si scusa: in cuor suo ritiene di non aver niente di cui scusarsi, anzi! Nella sua apologia del fascismo non ha difeso Mussolini, ma l’Italia intera dalle basse insinuazioni di assimilare un italiano a Saddam; nel suo accusare il deputato tedesco non ha insultato lui personalmente e buona parte dell’intero parlamento europeo, quanto piuttosto ha difeso un’istituzione (quella del presidente del consiglio) della repubblica Italiana e quindi, con buona pace di quelli che non hanno votato per la sua coalizione, alla fine si è ancora una volta eretto a baluardo del buon nome del suolo patrio.

Chiunque conservi ancora un minimo di cervello ovviamente si rende perfettamente conto che non è cosi, ma questo importa poco al nostro Primo Ministro, che oltretutto ha la bella abitudine di silurare chiunque, nel suo staff, non la pensi come lui e di massacrare con tutta la potenza comunicativa di cui dispone tutti coloro che hanno l’ardire di avere un’opinione che non coincide con la sua.
Peggio ancora: la sua “corte”, perché di questo si tratta con buona pace di Urbani, è ormai talmente pronta coi turiboli che il nostro presidente del consiglio, la cui psiche mostra da sempre i segnali di una megalomania talvolta neanche troppo latente, si sta sempre piu’ convincendo che il dogma dell’infallibilita’ papale dovrebbe essere anche applicato alla sua carica.

Si tratta dei primi segnali di stravolgimento istituzionale, i cui rischi segnalavamo tempo fa parlando della critica di Russell al concetto di “volonta’ popolare” di Rousseau, ed il bravo Cordero, su Repubblica, ha un bell’affannarsi nel tentativo di dimostrare che è proprio grazie all’estremizzazione di quel concetto che sono nate feroci dittature perfettamente legittimate, all’inizio, dal voto popolare (Hitler e Mussolini su tutte).

Stiamo assistendo adesso ad una deriva pericolosissima che ci viene spacciata per “riforma strutturale richiesta dal popolo”.
Poco importano le balle fiorite sulla trasformazione del sistema bicamerale da “perfetto” (i rami del Parlamento hanno gli stessi poteri e gli stessi campi d’azione) ad “imperfetto” o l’evoluzione in senso regionalista della composizione della Corte Costituzionale; quello che è veramente importante nel pacchetto presentato dalla Casa delle Liberta’ sono due cose: la prima è che il capo dell’esecutivo accentra ancora di piu’ la sua figura nelle istituzioni a discapito dei meccanismi di controllo, la seconda è che i contrappesi tesi a riequilibrare il sistema non sono presi neanche in considerazione.

Si rende necessario fare un passo indietro e ripercorrere un attimo la storia della nostra Carta Costituzionale, per comprendere meglio quello che intendiamo dire.
La Carta nacque dall’esperienza anti fascista e fu ovviamente da questa profondamente influenzata: i costituenti, all’epoca, ritennero di dover scegliere una formula che affidasse tutti i poteri di controllo al Parlamento, rappresentante del popolo sovrano. Venne scelta appositamente una funzione di garante, nella figura del Presidente della Repubblica, che non avesse troppi poteri per evitare che si ripetesse un colpo di mano alla Mussolini, ed anche i poteri del capo dell’esecutivo furono limitati, sia nei confronti del controllo del legislativo sia del controllo del giudiziario, in modo anche qui da non creare una figura che potesse accentrare troppo potere nelle sue mani ed usarlo contro i valori democratici.

La Carta dette quindi enorme supremazia al legislativo. Basti pensare che nella Costituzione non esiste, ad esempio, il potere di censura, con cui una determinata percentuale (minoritaria, in Francia è il 20%) dei rappresentanti del popolo puo’ impugnare una legge davanti la Corte Costituzionale prima che essa acquisti efficacia. Tutti i poteri di verifica sono demandati alle Camere: sono le Camere che decidono se gli eletti hanno effettivamente diritto a sedere in Parlamento, sono le Camere che decidono se un proprio membro puo’ essere perseguito per le sue affermazioni, sono le Camere che decidono se una legge in discussione è conforme alla Costituzione (la Consulta interviene solo sugli effetti della legge, è bene ricordarlo: non è un caso se Rete Quattro continua a trasmettere nonostante le sentenze avverse…), sono le Camere che decidono se il Governo ha emanato un Decreto Delegato che è conforme alla legge delega approvata dal Parlamento eccetera.

Visto che quindi non esistono tutele della minoranza, in Parlamento, venne deciso di scegliere un sistema elettorale che facesse esso stesso da garanzia. Pertanto si decise di adottare un sistema proporzionale quasi puro che favorisse esclusivamente il formarsi di “governi di coalizione”, in modo che le spinte e le derive “massimaliste” venissero bilanciate dalle diverse estrazioni politiche dei componenti l’esecutivo.

Adesso ovviamente il proporzionale è stato per buona parte cancellato, senza che l’impianto costituzionale sia stato adattato per evitare una potenziale “dittatura della maggioranza”.

Fino ad ieri siamo stati al riparo dai pericoli perché le intese pre elettorali garantivano comunque un certo equilibrio nelle decisioni. Oggi che abbiamo una coalizione di governo che si regge esclusivamente sul potere carismatico del suo leader il pericolo ritorna: basta guardare alle leggi create su misura del premier (conflitto di interessi, falso in bilancio, legge Cirami, legge Gasparri e chi piu’ ne ha piu’ ne metta).

Gli unici organismi di garanzia che ancora rimangono sono i limitati poteri del Presidente della Repubblica e l’assoluta separazione del potere giudiziario dalle influenze dei poteri esecutivo e legislativo, poteri questi che si trovano ora drammaticamente a coincidere.

Adesso questa nuova proposta di riforma punta ad assoggettare il giudiziario all’esecutivo ed anche a svuotare di significato, trasferendo buona parte delle prerogative al capo dell’esecutivo, la figura di garante del Presidente della Repubblica, destinato a rimanere semplicemente un “rappresentante” dell’unita’ nazionale, anch’essa depauperata dal maldestro tentativo di impiantare un federalismo di ritorno.

Quanto tutto cio’ sia vicino a trasformare il premier in un monarca eletto, e quanto questo sia pericoloso se il monarca si ritiene infallibile come il Papa perché “unto dal Signore”, lo lasciamo giudicare a chi ci legge.

Basta tenere in considerazione che il passo per trasformarsi da monarca elettivo in monarca assoluto è molto ma molto breve.